San Martino Pardo

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San Martino Ramondetto Pardo
Fondatore(Raimondo, signore di Miger e Tourpes) Guglielmo Sancto Martino
Ultimo sovranoGaspare San Martino (1833-1908)
Data di fondazione(1235) 1282
Data di estinzioneXX secolo
Etniacatalano-aragonese, siciliana
Rami cadettiDuchi San Martino e San Martino Montalbo, Duchi San Martino De Spucches, Conti San Martino

I principi di Ramondetto San Martino Pardo (o Sanmartino o Sammartino o Ramondetta) sono una famiglia della nobiltà siciliana, di origini risalenti al Basso Medioevo; prima baroni e poi principi del Pardo, ma anche altrimenti titolati nei diversi rami e nei singoli personaggi: duchi di San Martino di Ramondetto (o Ramondetta), duchi di (San Martino) Montalbo, baroni e duchi di Fabbrica[1], duchi San Martino De Spucches e di Santo Stefano di Briga, conti di San Martino, baroni di Santa Caterina, marchesi (di San Pasquale, eredi della casata Pastore), etc.. La famiglia è storicamente divisa in più rami, sparsi per lo più tra Sicilia orientale (Catania, Messina) e occidentale (Palermo).

Ai fini di una ricostruzione più aggiornata e approfondita della storia patria interessa sottolineare il ruolo politico-militare protagonista avuto in continuità dal primo al secondo risorgimento dei suoi ultimi e in tal senso più illustri rappresentanti: Francesco, figlio primogenito di Raimondo San Martino Principe del Pardo; Gaspare di lui figlio e degno continuatore, ultimo erede araldicamente riconosciuto della casata.

Fratello minore del detto Raimondo fu il matematico Agatino San Martino Pardo, ritenuto dalle accademie delle scienze italiane e straniere – di cui era socio onorario – “uno dei più alti matematici del reame di Napoli”.[senza fonte] Egli fu anche senatore di Catania ed uomo di singolare pietas: è ricordato tra i cittadini più illustri con un busto nel giardino Bellini.

Nipote di Raimondo, figlio del secondogenito Antonino, fu un altro Francesco (Palermo, 1859 - Messina, 1925) più noto come San Martino De Spucches o anche solo De Spucches. Questi, da esperto giurista, fu cultore di studi storico-nobiliari e soprattutto autore della monumentale Storia dei feudi e dei titoli nobiliari in Sicilia, in dieci imponenti volumi, e de L'archivio storico che illustra le norme di successione in Sicilia. Lo stesso è ricordato a Messina (sede privilegiata del casato dei San Martino De Spucches) tra i suoi uomini più illustri.[2]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Storici accreditati (dall'Emanuele di Villabianca[3] al Galluppi[4], poi richiamati dallo Spreti[5], supportato dal Mugnos, dal Palizzolo Gravina, dal Mango di Casalgerardo, da F. San Martino De Spucches) – testimonianze tutte, integrate da una settecentesca dichiarazione del Senato catanese risalente al periodo post-terremoto del 1693[senza fonte] – attestano che la famiglia San Martino Pardo, naturalizzata siciliana, fosse proveniente dalla nobilissima famiglia dei Sancto Martino della Catalogna[6], ma originaria della Guascogna[7][8], dalla famiglia di un duca Oddone di Guascogna (la famiglia San Martino "ab Eudone Vasconiae Duce nostris proaribus consanguineo originem traxit").[senza fonte]

Primo capostipite fu un Raimondo, signore di Miger e Tourpes[6][9][10][11][12], il quale dall'imperatore Federico II, con editto imperiale del 1235[6], in memoria degli atti di eroismo compiuti in Terrasanta[11], ottenne il privilegio di alzare nelle proprie armi l'aquila imperiale bicipite[11], che tiene lo stendardo con le armi gerosolimitane in ambo gli artigli. Lo stesso documento lo riconosce oriundo di sangue reale e, come tale, lo esenta da ogni gabella nel Regno delle Due Sicilie.[senza fonte]

Discendenti diretti di Raimondo si trasferirono in Sicilia al seguito dei re aragonesi, signori delle contee catalane. Così in un altro documento del 23 maggio 1434, citato dal Mugnos[13] – tratto dalla Regia Cancelleria di Palermo, 1453, fol. 499, al tempo del viceré delle Due Sicilie l'Infante Pietro d'Aragona Duca di Noto, per il re Alfonso il Magnanimo, suo fratello –, si apprende la notizia dell'investitura di Nicolò Ramondetto alla carica di presidente e di governatore della Calabria Citra, riaffermando l'alta nobiltà della famiglia dei San Martino Ramondetto ("ex antiquissimis Baronibus de Elgiria in Vasconia [...] originem traxit"[13]).

Dal momento del trasferimento in Sicilia è cosa certa che la famiglia San Martino vi godette da sempre di una posizione nobile di rilievo, nelle città di Catania, Palermo, Messina; occupando cariche pubbliche di rilievo e possedendo titoli e feudi; tra i quali sono documentabili - in ordine anacronistico d'importanza - il principato di Pardo; i ducati di Fabbrica, Montalbo, San Martino; le baronie di Campobello, Gimia[14], Gisira, Morbano, Priolo e Tuzia[15]. L'albero genealogico della famiglia siciliana è ricostruibile a partire da un barone discendente di Raimondo, Raimondetto (XV secolo), il cui figlio Nicolò fu il primo ad aggiungere a quella del casato principale la denominazione di Raimondetto, successivamente trasformata in Ramondetto e spesso ritrovabile variata in (gens) « Ramondetta »; denominazione derivatagli direttamente dal padre e indirettamente dal celebrato capostipite catalano-guascone.

Di generazione in generazione all'iniziale acquisto del feudo di Pardo, oltre ad importanti cariche legate tanto al rango quanto al merito di ciascun erede, si giunse appresso all'investitura del titolo di principi del Pardo (fine del XVII secolo). E nel successivo trapasso generazionale avvenne una separazione tra due rami appresso ben distinti: quello dei principi di Pardo con capostipite un Raimondo, investito nel 1684 del titolo specifico, con residenza principale a Catania; quello dei duchi di San Martino, dal quale sorse il ramo dei Ramondetto San Martino Montalbo, con residenza principale a Palermo (la cui dimora, Palazzo Montalbo-Boscogrande, venne utilizzata da Luchino Visconti per il suo Il Gattopardo).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le fonti citate testimoniano tutte come si trattasse già all'origine di personaggi dell'alta nobiltà, familiarmente legata ai primi re aragonesi di Sicilia. Fu un Guglielmo Sancto Martino[8], avo dell'acclamato capostipite Raimondo, a trapiantarsi in Sicilia tra il XIII e il XIV secolo (1282 ca.) sotto le insegne del re Pietro I il Grande, di cui fu Maggior Cameriere. Il figlio di lui, Raimondo San Martino Ramondetto, esercitò l'Officium Viciadmirantis del re Pietro IV (1352). E il primo Sancto Martino titolare di una baronia (1406) fu il figlio di questi, Raimondetto: familiare di Martino I il Giovane re di Sicilia e per i servigi resi ai sovrani ottenne il governo della Camera reginale (il patrimonio privato della regina Maria) e molti beni e titoli tra cui l'investitura del feudo nobile del Pardo in Val Demone. Egli accompagnò in Sicilia la regina Bianca di Navarra, andata in sposa in seconde nozze per procura al suo re, rimasto vedovo.

Raimondetto sposò Isabella figlia di Giacomo Sancto Martino, figlio a sua volta di un Antonio Sancto Martino anch'egli discendente dal capostipite catalano Raimondo e venuto in Sicilia come Maggior Cameriere[11] di re Pietro II d'Aragona (1304-1342). Il matrimonio tra consanguinei (procugini) - e Giacomo era ultimo della linea -rafforzava di fatto la dinastia al suo stesso avviarsi. Così il figlio di Raimondetto, Nicolò barone Pardo (1453) fu cameriere dell'infante del re Pietro d'Aragona e presidente generale della Calabria Citeriore (1435). Nicolò ebbe figli: il barone del Pardo Raimondo (1466) che fu parecchie volte senatore di Catania e il barone di Fridani e Contorto Nicolò Lupo; Raimondo ebbe figlio il barone Antonio (1499), esimio giureconsulto e consultore del re di Spagna. Così pure furono alti rappresentanti del regno e reggenti del Supremo Consiglio d'Italia in Spagna: un Raimondo (1569-1573) sommo giurista dell'epoca e come tale soprannominato Apollo juris; il primo duca San Martino, Giovanni (1682).

A Catania la famiglia dei San Martino Ramondetto principi del Pardo ricoprì di norma cariche pubbliche di vertice (furono capitani di giustizia, patrizi, senatori ...), in corrispondenza imparentandosi con le locali più potenti famiglie aristocratiche. E tra loro si distinsero anche i mecenati: furono proprio dei San Martino nel 1819 ad avviare la carriera dell'ancor giovanissimo compositore Vincenzo Bellini, procurandogli tra l'altro quella generosa borsa di studio che gli permise di studiare al San Sebastiano di Napoli: si trattava del duca Stefano di San Martino Montalbo, al momento Intendente di Catania, e della di lui consorte - affascinata dalle doti del precocissimo musicista; che riuscirono nell'intento in stretta collaborazione al pro-cugino Raimondo San Martino, settimo principe del Pardo e al momento Patrizio di Catania, a capo dell'amministrazione della città[16].

All'ottocentesco trapasso generazionale proprio dal suddetto Raimondo, VII principe del Pardo, e da Francesca Paola De Spucches duchessa di Santo Stefano vennero Francesco e Antonino. Francesco San Martino e De Spucches principe del Pardo (Messina, 1803 - Catania, 1880) è stato un eroe del primo risorgimento italiano[17]: carbonaro fin dal 1820 si arruolò come volontario e fece parte della spedizione napoletana nel Veneto sotto il comando militare di Guglielmo Pepe. Distinguendosi tanto particolarmente da meritare il grado di colonnello e di aiutante in campo dello stesso generale Pepe, comandante in capo dell'esercito della repubblica veneziana: insomma un “Colonnello funzionante da Generale a Venezia”, nella pertinente definizione dell'Abate.[18] Caduta Venezia, alla cui difesa aveva continuato a partecipare nonostante il repentino voltafaccia del sovrano borbonico e il dietrofront delle stesse truppe napoletane di cui inizialmente era al comando, fu costretto ad un lungo esilio a Smirne, arrivando perfino a rifiutare i privilegi che il rango gli avrebbe potuto permettere - tra cui l'amnistia promulgata nel 1859 dal neo-re Francesco II di Borbone, appena subentrato alla morte del padre Ferdinando - e a disperdere una parte importante dei beni di famiglia tra cui il catanese Palazzo Pardo di Piazza Duomo, venduto dal fratello Antonino nel 1851; palazzo adiacente alla via Pardo e alla retrostante, popolarissima "piscarìa" (pescheria) - che è sita negli esterni tanto nella piazza Alonzo di Benedetto quanto nella omonima piazza Pardo; e, ancora, vicinissimo frontalmente alla via San Martino e alla chiesa di San Martino, sede della nobile e antichissima arciconfraternita dei Bianchi. Il principe Francesco San Martino Pardo tornò in Italia solo dopo lo sbarco di Garibaldi e, reintegrato nel grado di colonnello, gli venne affidato il comando militare della provincia di Catania.

Il figlio di Francesco, Gaspare San Martino Ramondetto e Pastore (1833-1908), fu l'ultimo dei principi San Martino Ramondetto Pardo ed ottenne anche dalla monarchia sabauda, con D.M. del 14/03/1906, il riconoscimento dei titoli di principe del Pardo e di marchese della casata Pastore (ereditato dalla madre, marchesa di San Pasquale e figlia unica di Gaetano Pastore maresciallo di campo dell'esercito borbonico). Giovanissimo al seguito del padre aveva partecipato alla difesa della Repubblica di Venezia di Daniele Manin, meritandosi sul campo il titolo di alfiere. Ma la sua adesione al risorgimento italiano si estende fino all'impresa garibaldina, cui partecipò da capitano dell'armata dell'Italia meridionale. Venne successivamente confermato nell'esercito italiano, completandovi la sua carriera militare.

Le coraggiose vicende di Francesco e, in parte, di Gaspare sono narrate e con dovizia documentate in un volumetto celebrativo, dal titolo Gesta di Francesco Sammartino Principe del Pardo (1861), dello scrittore e politico italiano Antonino Abate, anch'egli carbonaro e antiborbonico e motivato ammiratore del principe Francesco: un nobile, secondo lui, votato anzitempo agli ideali mazziniani. Presso l'Archivio storico di stato torinese sono rintracciabili gli stati di servizio militare che, oltre a confermare quanto riportato dall'Abate, attestano la partecipazione del principe Gaspare alle due diverse fasi del risorgimento italiano. A testimoniarne, seppure ancora indirettamente e in un'auspicabile prospettiva di più aggiornate ricerche, una notevole continuità storico-politica negli eventi dell'intero secolo e una (poco valutata in ambito storiografico) unificante omogeneità socio-culturale: caratterizzazioni intercorrenti simultaneamente presso élites borghesi ed aristocratiche tanto del nord quanto del sud del paese, dunque preparatorie degli eventi che gradualmente portarono all'Unità d'Italia.

Araldica e Genealogia[modifica | modifica wikitesto]

'Stemma dei San Martino Pardo': d'oro, alla banda di rosso, accompagnata da due rose dello stesso, stelate e fogliate di verde, poste in banda, quella della punta riversata. Lo scudo sostenuto dall'aquila bicipite al volo abbassata di nero, linguata di rosso, membrata e imbeccata di oro, coronata all'antica del medesimo in ambo le teste, afferrante con l'artiglio destro lo stendardo gerosolimitano.

Di seguito l'albero genealogico agnatizio in un particolareggiato elenco, dalle origini medievali e dalla venuta in Sicilia al seguito dei re aragonesi ai giorni nostri: precisando lo specifico titolo principale a partire dal discendente di Guglielmo, il primo barone del Pardo Raimondetto (XV secolo), il cui figlio Nicolò fu il primo ad aggiungere la denominazione gentilizia di « Raimondetto », appresso trasformata in « Ramondetto » e spesso variata al femminile in «  Ramondetta  » (nome latinizzato della casata).

  • Signore Raimondo de Sancto Martino, capostipite catalano-guascone – Raimondo, Signore di Miger e Tourpes, ebbe da Federico II nel 1235 il privilegio imperiale dell'alto blasone tradizionale dei San Martino: l'aquila imperiale conquistatrice di Gerusalemme
  • Signore Guglielmo de Sancto Martino – discendente del capostipite, giunto in Sicilia – di Guglielmo si ha notizia che fu nel 1282 tra i cento cavalieri della disfida tra i re Pietro il Grande e Carlo d'Angiò[8]
  • Signore Raimondo de Sancto Martino – discendente figlio del precedente – di Raimondo San Martino Ramondetto; si ha notizia che fu titolato nel 1352 dell’Officium Viciadmirantis Regis di re Pietro (IV) d'Aragona.
  • 1º Barone Raimondetto San Martino Pardo (investitura: 1406) – Raimondetto, per i servigi resi ai re Martino I il Giovane – di cui era familiare – ottenne beni e titoli tra cui la baronia sul feudo Pardo e il Governatorato della Camera Virginale. La moglie Isabella (una pro-cugina) era figlia di Giacomo, a sua volta figlio di Antonio San Martino venuto in Sicilia come Maggior cameriere di re Pietro II. Tanto Raimondetto, attraverso il nonno Guglielmo, quanto Antonio erano discendenti dal capostipite catalano-guascone Raimondo.
  • 2º Barone Nicolò (1453) – Nicolò fu Governatore della Calabria Citra dal 1435 e Maestro Razionale del Regio Patrimonio
  • 3º Barone Raimondo (1466) – Raimondo, col nome di Raimondo Ramondetta, fu Senatore di Catania (1480)
  • 4º Barone Antonio (1499) – Antonio fu esimio giureconsulto e Consultore del re di Spagna Ferdinando il Cattolico (1529)
  • 5º Barone Giovanni detto Giovannello (1505 e 1517) – Giovanni fu Senatore (1525) e Patrizio di Catania (1529-1533) e Capitano d'armi di Taormina (1551) e Vicario generale in Val di Noto (1544) per difenderlo contro i Turchi. Suo fratello Raimondo fu ambasciatore presso i re di Spagna (1529)
  • 6º Barone Raimondo (1552) – Raimondo, col nome di Raimondo Ramondetta, fu sommo giurista e ricoprì diverse, tra le massime, cariche amministrative dell'epoca. Fu Senatore di Catania (1548 e 1572) e Deputato del Regno (1570 e 1573) e Professore di Diritto Civile nell'Università di Catania e Sindacatore e Visitatore Generale del Regno (1564) e Giudice del Tribunale della Gran Corte (1561 e 1569) e Presidente del Tribunale del Concistoro (dal 1569 al 1573) e Compilatore delle Prammatiche del Regno e dei Capitoli del Regno (pubblicati a Venezia nel 1576 e nel 1573) e Reggente del Supremo Consiglio d'Italia in Ispagna (dal 1575 al 1582) e Presidente del Tribunale del Regio Patrimonio (1582). Soprannominato per la sua autorevolezza e dottrina Apollo juris, gli fu concesso il titolo di Don per sé e i suoi discendenti di sangue (1565). Morì a Genova e fu tumulato a Palermo in San Domenico (1584). Suo fratello Giovanni fu abate del Monastero di Nuovaluce.
  • 7º Barone Ottavio (1585 e 1600) – Ottavio fu a Catania Capitano di Giustizia (1587-1588 e 1610-1611) e Senatore (1584-1585); Maestro magazziniere della Città di Sciacca in Persona (dal 1576) e per delega a suo fiduciario (dal 1584); Capitano di Fanteria spagnola e Commissario generale delle guardie marittime del Regno. Il fratello Baldassarre fu cappellano del re (1575). La sorella Agata Ramondetta col nome di suor Fausta (1591) fu monaca professa e divenne Abadessa del Monastero della Martorana a Palermo, dove morì in odore di santità
  • 8º Barone Vincenzo (1606 e 1622) -Vincenzo Ramondetta fu Senatore di Catania nel 1631-1632 e nel 1634-1635-1636 e nel 1640 e nel 1647 e nel 1653-1654. Fu anche Giurato a Piazza nel 1626-1627
  • 1º Principe Raimondo San Martino Pardo (Barone 1652 e Principe 1684) – Raimondo fu a Catania: Senatore (1659-1660, 1662-1663), Patrizio (1672-1673, 1675-1679, 1681-1682, 1683-1684); Capitano di Giustizia (1680), Maestro regionale del R. Patrimonio
  • 2º Principe Giovanni (1693) – Giovanni fu a Catania: Senatore (1674-1675, 1682-1683), Patrizio (1680-1681), Commissario straordinario viceregio per la repressione dei ladri, dei banditi e scorridori (dal 1688), Capitano di Giustizia (1688-1689). Morì a Catania nel 1695 e fu inumato a San Domenico
  • 3º Principe Raimondo (1697) – Di Raimondo non si hanno notizie di titoli
  • 4ª Principessa Angelica (1708) – Angelica, sorella non maritata del precedente Raimondo (vergine in capillo), fu investita secondo diritto siciliano e andò in sposa a(l procugino) Francesco San Martino Ramondetta Trigona, del ramo dei duchi di San Martino, che non prese investitura e fu Cavaliere di devozione di Malta.
  • 5º Principe Raimondo Domenico – Raimondo Domenico fu a Catania: Capitano di Giustizia (1767), Sopraintendente delle RR. Poste, Pastore dell'Accademia Etnea. Morì a Catania nel 1775 e fu sepolto in San Domenico
  • 6º Principe Francesco (1783) – Francesco fu in Catania: Capitano di Giustizia (1769), Patrizio (1771), Senatore (1798)
  • 7º Principe Raimondo – Raimondo fu a Catania: Senatore (1798-1799), Console nobile dell'arte della seta (1812-1813), Patrizio (1819-1821 e 1824), Presidente del Consiglio Generale del Valle di Catania (eletto il 1823 e il 1836), Deputato del Molo (1882-1883)
  • 8º Principe Francesco – Francesco fu Maggiore nell'esercito borbonico e Colonnello e Aiutante di campo del Generale Guglielmo Pepe Comandante in capo nella Difesa della Repubblica di Venezia (1848). Dopo un lungo esilio a Smirne tornò in Sicilia dove ebbe il comando della piazza di Catania
  • 9º Principe Gaspare (1833-1908): riconoscimento della monarchia sabauda) – Gaspare fu Capitano dell'armata meridionale al comando di Giuseppe Garibaldi e, appresso, nella Fanteria dell'Esercito Italiano

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

  • Discendenti dirette – Concetta San Martino in Musumeci (1880-1917), figlia naturale e adottiva di Gaspare (9º Principe) e sua erede [fonti anagrafiche e notarili][senza fonte]; Gaetanina sp. D'Ambrosio (1829-?) e Filomena sp. d'Amico (1834-?), rimasta vedova, visse poi a Giarre: sorelle di Gaspare, vissute a Napoli con la madre Giuseppina Pastore Marchesa di San Pasquale, figlia unica di Gaetano maresciallo di campo dell'esercito borbonico [fonti storiche e d'archivio][senza fonte]
  • Discendenti collaterali altrimenti titolate – Vittoria San Martino De Spucches, principessa Alliata (1890-1971), ottenne la speciale attribuzione per aut. regia del 20/01/1933 di Principessa sul cognome ad personam.[19]; le sorelle della stessa: contessa Ninetta San Martino in Mangoni e marchesa Giovanna San Martino in De Gregorio. Tutte e tre furono registrate come Nobili dei principi di Pardo nel Libro d’oro della nobiltà italiana

[Fonte principale: F. San Martino De Spucches; Storia dei feudi e dei titoli nobiliari in Sicilia, alle voci: Principe di Pardo e Signori del Pardo (Quadri 689 e 690), Duca di Santo Stefano di Briga (Quadro 986), Principe di Galati e Signori di Galati (Quadri 401 e 402). Fonti integrative: G. Galluppi, F. Mugnos, V. Palizzolo Gravina, V. Spreti, F.M.E. Villabianca (opere tutte citate in note e in bibliografia); settecentesca attestazione senatoria, del Senato catanese successivo al terremoto del 1693, sulla qualità e consistenza della provenienza storico-nobiliare della famiglia San Martino Ramondetto (o Ramondetta) principi e baroni del Pardo, acclusa al fondo San Martino Pardo, presso l'Archivio di Stato di Catania; Cenno genealogico della famiglia San Martino Ramondetto (opera citata in bibliografia)]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Detta anche Fabrica, località tra Casteltermini e Cammarata.
  2. ^ Era nipote del suddetto Raimondo, in quanto figlio del suo secondogenito Antonino San Martino, e dunque nobile dei principi del Pardo. Ma è oggi più conosciuto come Francesco De Spucches (o De Spuches) per il titolo di duca di Santo Stefano di Briga, ereditato alla morte dei fratelli proprio dal di lui padre Antonino. Antonino (Catania, 1806- Messina, 1868), figlio ultrogenito di Raimondo San Martino del Pardo (1797-1842), aveva acquisito il titolo di duca tramite il matrimonio con Vittoria De Spucches, figlia di un cugino omonimo (Antonino) della madre, Francesca Paola De Spucches; quest'Antonino De Spucches divenendo, per eredità da un ramo collaterale estinto, anche principe di Galati e duca di Caccamo donò tale suo precedente titolo alla figlia per dotarla anche di censo. Così Raimondo San Martino Pardo, chiamando il suo secondogenito tanto con il nome del suocero quanto del cugino della moglie e combinandogli il matrimonio con la figlia di quest'ultimo, aveva garantito con l'importante imparentamento al figlio Antonino (San Martino De Spucches) una posizione sociale ed una continuità di censo aristocratico-nobiliare all'interno di un'altra famiglia. I San Martino De Spucches furono così duchi di Santo Stefano di Briga per un secolo circa. Alla morte dell'ultimo duca, proprio il suddetto storico Francesco San Martino De Spucches (Palermo, 1859-Messina, 1925), il titolo di Santo Stefano rientrò nel ramo di provenienza dei De Spucches, da cui si era dipartito per la sopra richiamata donazione.
  3. ^ Francesco Maria Emanuele Villabianca, Della Sicilia nobile, 1754-1759, p. vol. II, p. 178. e p. 245..
  4. ^ Giuseppe Galluppi, Nobiliario di Messina, 1877, p. 166..
  5. ^ Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, 1931, p. vol. IV, pp. 439-442..
  6. ^ a b c Villabianca, Della Sicilia nobile, cit., 1757, vol.2, p.245.
  7. ^ Filadelfo Mugnos, Raguagli historici del Vespro Siciliano del dottor don Filadelfo Mugnos, Prades, Castelli, Arbea, et Aragona caualier dell'habito di Cristo dell'ordine di Portogallo. In qesta seconda impressione di miglior forma ridotti, sovra la stessa materia ampliati, e corretti d'alcuni errori ..., Palermo, per Domenico d'Anselmo, 1669, p.130.
  8. ^ a b c Filadelfo Mugnos, Teatro genologico delle famiglie nobili ..., vol. 3, Messina, nella stamparia di Giacomo Mattei, 1670, p.181.
  9. ^ V.Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, 1871, vol.2, p.334.
  10. ^ V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, cit., vol.4, p.440.
  11. ^ a b c d Berardo Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle Province meridionali d'Italia, Napoli, G. De Angelis e figlio, vol.5, 1875 (Sala Bolognese, Forni, stampa 1995), p.161.
  12. ^ In Francia, un membro del ramo d'oltralpe era ancora presente ai tempi di Louis Claude de Saint-Martin, ad Amboise (Indre-et-Loire), originario forse di un Guillaume de Saint-Martin (ramo di VieuxVigne), cavaliere e signore di Elleville, vassallo di Montfort, intorno al 1230. Vedasi Collegamenti esterni.
  13. ^ a b Filadelfo Mugnos, Teatro genologico delle famiglie nobili titolate feudatarie ed antiche nobili del fidelissimo Regno di Sicilia viuenti ed estinte, vol. 3, Messina, nella stamparia di Giacomo Mattei, 1670, p.184.
  14. ^ Nella toponomastica si trova anche come Gimìa soprana oppure Cimìa Soprana, oggi contrada nei pressi di Palermo.
  15. ^ Feudo localizzato a Palermo.
  16. ^ Fonte dirette: lettera di richiesta e atto di concessione delle speciali provvidenze conservati ed esposti al pubblico presso il Museo Belliniano di Catania.
  17. ^ AA. VV., Enciclopedia di Catania, Catania, Tringali Editore, 1987, p. vol. II, p. 651..
  18. ^ Antonino Abate, Gesta di Francesco Sammartino Principe del Pardo raccolte e narrate da Antonino Abate, Catania, Galatola, 1861, p. 39..
  19. ^ La figlia dello storico Francesco San Martino De Spucches, Vittoria San Martino (Messina, 1890 - Palermo, 1971), primogenita di altre due sorelle, in quanto sposata al principe Gabriele Alliata Bazan e precocemente rimasta vedova, nelle more della crescita del suo primogenito si impose come capofamiglia degli Alliata di Villafranca, tra le più titolate delle famiglie aristocratiche siciliane, tanto per la sua personalità generosa e culturalmente aperta quanto per il suo energico piglio decisionale. Al pari del padre e del figlio terzogenito Francesco era laureata in giurisprudenza ed era definita in ambito cittadino per le sue doti umane “la principessona”; come amante delle arti e della musica in particolare fece del prestigioso palazzo Alliata di Villafranca in Palermo uno dei più attivi salotti culturali del primo novecento.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA. VV., Enciclopedia di Catania, Tringale Editore, Catania, 1987, p. 651
  • AA. VV., Enciclopedia della Sicilia, Ricci Editore, Parma, 2006, pp. 857-858
  • Autore ignoto, Cenno genealogico della Famiglia San Martino Ramondetto di Sicilia, Estratto dal Calendario d'oro (direttore: L. Perelli), Anno IV, Stabilimento Tipografico Italiano, Roma 1892
  • Abate Antonino, Gesta di Francesco Sammartino Principe del Pardo raccolte e narrate da Antonino Abate, Galatola, Catania, 1861
  • Finocchiaro Vincenzo, Un decennio di cospirazione in Catania (1850-1860). Saggio di cronistoria del Risorgimento nazionale con carteggi e documenti inediti, ritratti e bibliografie, N. Giannotta Editore, Catania, 1908
  • Goubert Pierre, L'ancien règime, Volume 1, Editoriale Jaca Book, 1999
  • Guardione Francesco, Il dominio dei Borboni in Sicilia dal 1830 al 1861. In relazione alle vicende nazionali con documenti inediti, volume II, Società tipografico-editrice nazionale, Torino, 1907
  • Mango Antonino, Nobiliario di Sicilia. Notizie e stemmi relativi alle famiglie nobili siciliane, 2 volumi, A. Reber, Palermo 1912
  • Mugnos Filadelfo, Teatro genealogico delle famiglie nobili, titolate, feudatarie ed antiche del fedelissimo regno di Sicilia viventi ed estinte, Palermo, 1647-1670
  • Natoli Rivas Giuseppe, La vendemmia di Milazzo. Appunti storico-postali sul Risorgimento siciliano del 1860, in Bollettino Prefilatelico e Storico Postale, n. 96, Elzeviro, Padova 1997, pp. 26-29. Dello stesso autore: In viaggio verso il '48. Quattro passi nel Risorgimento, Sicil Post Magazine, Anno I, n. 2, Vaccari, Modena 2000
  • Palizzolo Gravina Vincenzo, Il blasone in Sicilia ossia Raccolta araldica, Visconti & Huber Editori, Palermo, 1871-1875; ristampa: Brancato Editore, Catania, 2000
  • San Martino de Spucches Francesco, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia - dalla loro origine ai nostri giorni (1925). Lavoro compilato su documenti ed atti ufficiali e legali, 10 volumi, Tip. Boccone del povero, Palermo, 1924-1941 (aggiornamento a cura di Carmelo Arnone)
  • Spreti Vittorio, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, 1931
  • Francesco Alliata, Vita da Gattopardo nel palazzo-labirinto, in La Repubblica (La Domenica di Repubblica), pp. 42-43, 1º aprile, 2007

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Famille de Saint-Martin (Vieuxvigne) (PDF), in racineshistoire.free.fr. URL consultato il 16 giugno 2018., per una possibile origine di uno dei primi rami genealogici della famiglia