Storia di Paternò

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Voce principale: Paternò.

Paternò
Città Paternò
Regione Sicilia
Provincia Provincia di Catania
Popolo fondatore Siculi
Anno fondazione Dopo il V secolo a.C.
Questa voce è parte della serie

Storia della Sicilia

Paternò è una città siciliana in provincia di Catania, della quale è uno dei centri più antichi per fondazione. Nel corso dei secoli ha seguito le vicende storiche della Sicilia attraverso le varie dominazioni, fino all'annessione al Regno d'Italia del 1860.

Epoca preistorica[modifica | modifica wikitesto]

La frequentazione umana del territorio paternese è attestata a partire dal Neolitico, mentre tracce di insediamenti umani risalirebbero all'età del rame e del bronzo[1].

La presenza di numerosi reperti archeologici nei dintorni dell'attuale città di Paternò, testimoniano tracce della presenza umana fin dalla preistoria[2]: la sua posizione intermedia tra la pianura e l'Etna, strategica per molti fattori, nonché l'abbondanza di acque, hanno sempre attratto l'uomo[3].

Tracce importanti dell'attività umana in epoca preistorica sono infatti testimoniate dalle ceramiche neolitiche di contrada Tre Fontane e Poggio Rosso, stazioni preistoriche dell'area etnea - classificate come stentinelliane[4] - fondate su un'area vulcanica, risalenti con ogni probabilità al III millennio a.C.[5], scoperte da Corrado Cafici e da quest'ultimo documentate nel 1915 nel suo Contributi allo studio del neolitico siciliano, che sono oggi conservate presso il Museo archeologico di Siracusa[6].

La presenza di altri insediamenti preistorici è stata recentemente individuata anche presso le salinelle di contrada San Marco, grazie ad una serie di scavi archeologici avviata nel 1994 dal dipartimento regionale dei Beni Culturali, che hanno portato alla luce l'esistenza di un antico villaggio[7].

Epoca antica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Hybla Gereatis e Inessa.

Le città sicule di Hybla Gereatis e Inessa[modifica | modifica wikitesto]

La fondazione dell'odierna città di Paternò viene fatta risalire all'epoca anteriore a quella greca, su un sito di origine vulcanica, che fu probabilmente abitato fin dall'età di Thapsos[8].

Da sempre fino ai giorni nostri, gli studiosi dibattono su quale fu il nome dell'antico abitato della città etnea. Essi tuttavia fanno riferimento a due città contigue o parallele, che sarebbero esistite in epoca antica: Hybla Gereatis (Υβλα) e Inessa (Ινεσσα), quest'ultima denominata per breve tempo anche Aitna, allorché nel 461 a.C. vi si rifugiarono i Dori di Katane dopo la sconfitta del loro capo Trasibulo ad opera dei Siracusani[9].

Se per lo storico greco Tucidide le due città di Inessa e Hybla erano situate nella stessa zona, per il geografo Strabone e gli storici romani Cicerone e Plinio il Vecchio, fu il villaggio di Inessa-Aitna l'attuale città di Paternò, che essi descrissero come una «città situata vicino Centuripe e 12 miglia lontano da Catania»[10].

Diversi secoli più tardi, lo storico Tommaso Fazello prima[11], e successivamente il geografo Filippo Cluverio[12], identificarono l'antico centro di Hybla con l'attuale centro di Paternò. Più preciso in epoca contemporanea, fu lo storico Eugenio Manni, che nel suo Geografia fisica e politica della Sicilia antica, identifica Ibla con Paternò e Inessa-Aitna con la località Civita[13].

Appare però evidente che questi due villaggi furono entrambi abitati dall'antico popolo indoeuropeo dei Siculi, e più tardi ellenizzati con l'avvento dei Greci in Sicilia orientale[14]. Tra l'altro Ibla fu il nome di una divinità sicula, corrispondente alla greca Afrodite[15]. Sempre Tucidide, ed anche Menippo di Gadara, sostennero che i due centri, nonostante fossero collocati nella parte orientale della Sicilia, furono all'origine abitati dai Sicani - da molti storici considerati come la popolazione autoctona dell'isola - prima del loro stanziamento nell'isola, i quali sarebbero stati cacciati da costoro dai loro villaggi nella guerra che li vide contrapposti, e costretti a ritirarsi nella parte occidentale[16].

Secondo quest'ultima ipotesi, quindi, i due centri di Hybla Geratis e Inessa, che sarebbero sorti in epoca antica sull'attuale territorio paternese - collocato in Sicilia orientale - furono di origine sicana - che la storiografia ufficiale pone da sempre come gli abitanti della Sicilia occidentale - e successivamente popolati dai Siculi.

Età greca (460 a.C. - 243 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 451 a.C., i due villaggi di Hybla e Inessa vennero assaltati dai Siracusani guidati dal loro tiranno Gelone, che vi stabilirono il proprio dominio attorno al 460 a.C. Inessa mutò il nome in Aitna[17], e le due città sicule furono in seguito coinvolte nelle guerre degli Ateniesi contro i Siracusani.

Nel 427 a.C., alcuni indigeni si allearono con gli Ateniesi per togliere Aitna al controllo dei Siracusani: se nella prima resistettero agli attacchi delle milizie elleniche, nella seconda, attorno al 414 a.C. furono da costoro devastate: per ritorsione bruciarono le riserve di grano degli abitanti iblei e inessini[18].

Durante la guerra dei Cartaginesi in Sicilia, le due città sicule accolsero i profughi provenienti da Siracusa, caduta in mano al tiranno Dionisio il Vecchio[19]. Costui, molto ambizioso, condusse una serie di guerre nella Sicilia orientale e conquistò diverse località, tra cui Aitna, che cadde sotto il suo dominio nel 403 a.C.

Verso il 396 a.C., Aitna venne occupata e sottomessa dai mercenari campani - di origine sannitica - fedeli a Dionisio e provenienti da Katane, dove essi compirono diversi eccidi di popolazione, per aver gli abitanti favorito gli Ateniesi nel 415 a.C.[20]. Morto Dionisio, il figlio Dionisio il Giovane gli succedette al potere sulla città di Siracusa, la cui popolazione si ribellò al nuovo tiranno e si rivolse a Timoleonte, che nel 344 a.C. organizzò una spedizione militare per liberarla.

A seguito della vittoria riportata dai Corinzi nella Battaglia di Adranon, appoggiati da numerose città sicule, il dominio siracusano su Aitna durò sino al 339 a.C., quando questi la espugnarono e la liberarono dalla tirannia dei mercenari campani, per gran parte sterminati dalle milizie di Timoleonte[21].

Della storica presenza greca nell'odierna Paternò, fu scoperta traccia nel 1909, quando sulla rupe basaltica, nei pressi della Rocca normanna, una contadina trovò casualmente una serie di sette manufatti argentei realizzati tra il 400 e il 300 a.C. in Magna Grecia. Questi manufatti, noti come gli «Argenti di Paternò», sono conservati presso il Pergamonmuseum di Berlino. Altri rinvenimenti si ebbero nel 1949, quando a seguito di scavi archeologici effettuati in contrada Castrogiacomo, sulle rocce del colle, nella sua parte occidentale, furono ritrovati degli oggetti antichi fatti risalire al III-II secolo a.C. e tracce di una necropoli[22].

Età romana (243 a.C. - 476)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 264 a.C. scoppiò la prima guerra punica, che vide contrapposti i Cartaginesi e i Romani, questi ultimi con ambizioni espansionistiche sul Mediterraneo.

Le due città di Aitna ed Ibla, si schierarono dalla parte dei primi, ma essendo usciti sconfitti alla fine del conflitto, caddero inesorabilmente sotto la dominazione romana[23]. Le truppe romane, guidate dal console Manio Otacilio Crasso, entrarono in Aitna attorno al 243 a.C., subito dopo aver costretto alla resa le città di Adranon e Centuripae, e conquistato altre sessantasette città sicule, compresa Catania[24].

Caduta in mano ai Romani, la Sicilia subì la loro tirannia e lo sfruttamento con la riduzione in schiavitù dei suoi abitanti. Questa circostanza portò nel 136 a.C., alla rivolta capeggiata da Euno e Cleone di Cilicia, passata alla storia come prima guerra servile. Nel corso di questa battaglia, Aitna funse da luogo di riparo di molti ribelli[25], ma assieme ad Ibla, i danni maggiori lì subì al termine della seconda guerra servile, in quanto danneggiate furono le attività agricole e pastorizie dei due villaggi.

Con Gaio Licinio Verre, pretore in Sicilia nel 73 a.C., la situazione peggiorò ulteriormente in quanto costui ordinò di fare estorsioni, rapine e violenze di ogni genere ai danni degli iblei e degli inessini, costringendoli alla forzata consegna di trecentomila moggi di frumento e al pagamento di cinquantamila sesterzi in danaro[26][27]: Aitna e Ibla, infatti, rientravano nell'elenco delle civitas decumanae della Sicilia[28].

Coinvolta nella guerra civile tra Cesare e Pompeo, la Sicilia e le sue città conobbero un'altra fase di battaglie e distruzioni varie. Nella fattispecie, le due città di Aitna e Hybla Geratis scomparvero improvvisamente dalle cronache del tempo, che probabilmente a causa di questi ultimi eventi furono mandate in rovina[29].

All'età romana risalgono resti di strutture: l'acquedotto[30] e il Ponte di Pietralunga.

Età bizantina (535-827)[modifica | modifica wikitesto]

La caduta dell'Impero romano d'Occidente del 476, causata dall'indebolimento politico e militare di Roma e dalle invasioni dei Barbari, portò alla formazione dei Regni romano-barbarici.

In Sicilia giunsero gli Ostrogoti, che l'annessero al loro Regno. L'imperatore bizantino Giustiniano I volendo riprendere l'antico dominio, spedì Belisario, e costui senza grande fatica riuscì a cacciare dall'isola i Goti dopo diciotto anni di occupazione, nella battaglia denominata Guerra gotica.

Catania fu liberata da quella dominazione circa il 546, così come fu probabilmente anche per Aitna, che circa quel tempo prendeva il nome di Paternò, ma a tutt'oggi, non si hanno fonti storiche attendibili che attestano la nascita del nuovo toponimo[31].

Il passaggio sotto il dominio dell'Impero bizantino, che durò dal 535 all'827, determinò una pesante fase di declino demografico, sociale ed economico. Le imprese militari di Belisario furono rese vane dalle continue invasioni barbariche, alle quali si aggiunsero anche le razzie compiute dai Saraceni.

Parallelamente, dopo la diffusione del Cristianesimo, andò a diffondersi uno stile di vita di tipo monastico. Pur essendo il periodo bizantino a Paternò e in Sicilia, carente sotto il profilo storico, tuttavia vi sorsero numerosi monasteri ed eremi, di cui si ha traccia con l'antico monastero di San Vito, che diede il nome al feudo in cui fu edificato.

Epoca medioevale[modifica | modifica wikitesto]

Gli Arabi (901-1061)[modifica | modifica wikitesto]

Suddivisione in quartieri etnici del colle di Paternò in epoca medievale

La debolezza politico-istituzionale e militare dell'Impero romano d'Oriente non riuscì a respingere le continue invasioni da parte dei Vandali e dei Goti in Sicilia. Successivamente ad essi si aggiunsero anche i Saraceni che a partire dall'824, penetrarono militarmente dalla parte occidentale dell'isola, compiendo numerose violenze e rapine ai danni delle popolazioni.

Paternò, assieme alle altre città della Sicilia orientale fu tra le ultime ad arrendersi, ma cadde in mano araba verso il 901[32].

Gli Arabi, durante il loro dominio in Sicilia, conservarono le corporazioni o associazioni di antichi arti e mestieri dei Romani e registrarono artigiani apprezzati, cesellatori e maestri nel lavoro delle gemme e del rame.

La città etnea, amministrativamente inserita tra i casali che formavano il territorio del Val Demone, fu tra le meno islamizzate della Sicilia. Nonostante il dominio arabo infatti, a Paternò la componente etnica formata da indigeni e bizantini, di religione cristiana, fu quella maggioritaria, mentre il resto era costituito da minoranze numericamente insignificanti di ebrei e musulmani[33].

Ai giorni nostri, della dominazione araba non vi rimane alcuna traccia. Il geografo Al-Muqaddasi nella sua opera del 985 fece una descrizione della città - divenuta Batarnù (بترنو) - come un grosso casale caratterizzato da un'elevata densità abitativa arroccato su una collina.

In base a queste testimonianze si può affermare che l'influenza araba si limitò soltanto allo stile urbanistico fatto di stradette e da una grande concentrazione di abitazioni, che rendono l'abitato simile ad una casbah, ovvero una vera e propria rocca o fortezza araba installata nella collina.

Invece in campo agricolo, è certamente da attribuire agli Arabi l'introduzione della coltura agrumicola, avvenuta in molte zone della Sicilia attorno al X secolo.

Risalente all'epoca araba furono i casali denominati Rahal-agal-nahnu - che tradotto letteralmente significherebbe «nostra località amata» oppure «località per onorare i nostri personaggi»[34] - oppure Rahal-ayn (حال، عين) - che significherebbe «fortezza del casale» - in sostanza, l'odierna Ragalna, e Rahal-mesep, ovvero «casale di Massape», presso l'Acqua rossa[35].

I Normanni, gli Aleramici e gli Svevi[modifica | modifica wikitesto]

Il donjon di Paternò, principale simbolo della città ed emblema della storica presenza normanna
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Contea di Paternò.

A seguito del Concordato di Melfi (1059), ratificato nella cittadina lucana tra il papa Niccolò II e i condottieri normanni Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua, venne avviato il processo di latinizzazione dell'Italia Meridionale, dove ancora esisteva il rito bizantino, e la conquista della Sicilia, sotto la dominazione araba.

Conquistata Messina nel 1060, le truppe normanne guidate da Roberto il Guiscardo, e dal di lui fratello Ruggero d'Altavilla, penetrarono all'interno dell'isola.

Venne attaccata Centuripe, ma l'impresa fallì, poiché in essa trovarono la resistenza degli Arabi, ed allora si riversarono sulla pianura di Paternò, dove attesero per otto giorni l'attacco saraceno. I Normanni, appoggiati dall'arabo Ibn-Thimna, assediarono Castrogiovanni, dove costoro con poco più di 700 uomini si ritrovarono ad affrontare 15.000 saraceni guidati da Ibn-Hawwasci, signore della città. Venuti a battaglia, gli islamici furono sconfitti e subirono la perdita di circa 10.000 soldati[36][37].

Paternò, liberata dalla sottomissione ai musulmani verso il 1063, fu probabilmente scelta da Ruggero come sua dimora[38], edificandovi il castello nel 1072, elevando la città a contea[39] e fortificandola con la costruzione di nove porte per assicurarne la difesa da eventuali attacchi nemici.

Sempre da Paternò nel 1075 partì l'assalto alla città di Catania, ancora in mano agli Arabi. La spedizione, guidata da Ugo di Jersey - primo conte di Paternò e genero dell'Altavilla - assieme al cognato Giordano d'Altavilla, all'insaputa di Ruggero, fu tragica.

Benavert, signore di Siracusa, venuto a sapere dell'imminente attacco normanno, fece rifornire le proprie guarnigioni di altri militari provenienti dal Nordafrica[40]. Il Jersey si mosse a capo di 30 cavalli, ma i musulmani in superiorità numerica, dopo aver provocato gli avversari, risposero con un'imboscata in località Mortelletto, ed inflissero una dura sconfitta alle truppe del Jersey - quest'ultimo caduto in battaglia - in cui vi fu una strage dei militari normanni. Giordano che riuscì a sopravvivere e fuggire, si rifugiò nella rocca paternese[41] assieme ai militari superstiti.

L'uccisione del Jersey determinò la reazione di Ruggero, che tornato dalla Calabria, assediò con i suoi uomini il castello saraceno sul Monte Iudica, a sud di Paternò, distruggendolo e sterminando tutti i nemici.

Nel periodo della conquista normanna della Sicilia orientale, Paternò fu quindi un'importante base per le strategie militari dell'Altavilla, che contribuirono significativamente alla definitiva liberazione dell'isola dal dominio arabo nel 1091.

Nel 1089 le nozze tra Flandina d'Altavilla, figlia del Normanno, ed Enrico del Vasto, e quelle tra il Gran Conte e Adelasia del Vasto, sorella del precedente, sancirono di fatto il passaggio della contea sotto il governo degli Aleramici.

La signoria di Enrico durò fino al 1137, al quale gli succedettero il figlio Simone e il nipote Manfredo.

In epoca normanno-aleramica, importante fu il contributo dato per la riaffermazione della religione cristiana, che dopo oltre un secolo di oppressione islamica, tornò ad essere liberamente professata dagli abitanti: vennero edificati numerosi monasteri e chiese, delle quali oggi rimangono soltanto la chiesa di Santa Maria dell'Alto e la chiesa di Santa Maria della Valle di Josaphat, quest'ultima voluta dalla contessa Adelasia.

Inoltre, con gli Aleramici giunsero a Paternò nutrite colonie di «lombardi», dall'Italia Settentrionale.

La Contea di Paternò fu soppressa nel 1201, ridotta a semplice terra baronale ed ultimo conte fu Bartolomeo de Luci. Morto quest'ultimo, la signoria sulla città passò a diversi feudatari, e nel 1234 l'imperatore Federico II di Svevia assegnò la signoria sulla città a Beatrice Lancia. Lo stesso imperatore germanico dimorò nel castello di Paternò tra il 1221 e il 1223[42].

Gli Aragonesi[modifica | modifica wikitesto]

Estintasi in linea maschile diretta la dinastia sveva di Sicilia con il re Manfredi sconfitto e caduto in battaglia a Benevento nel 1266 contro Carlo I d'Angiò, l'isola passò sotto il dominio angioino. L'unica figlia di Manfredi, Costanza di Hohenstaufen sollecitò il marito Pietro III di Aragona a riconquistare la Sicilia, dove cresceva il malcontento popolare e l'insofferenza verso i nuovi dominatori.

Galvano Lancia, che era stato investito del titolo di conte di Paternò nel 1256 dallo stesso re Manfredi, nel 1268 venne giustiziato assieme al figlio Galeotto dagli Angioini, e successivamente la signoria della città passò a diversi feudatari. Tra questi vi fu Manfredi Maletta che, dapprima fedele alla casa sveva passò dalla parte angioina, concedendo a costoro il controllo della città nel 1299[43].

Questa situazione portò inevitabilmente ad una rivolta organizzata dai siciliani, appoggiati dagli Aragonesi, contro gli Angioini: la guerra dei Vespri Siciliani, svoltasi tra il 1282 e il 1302 e che vide la cacciata finale dei francesi dall'isola.

Con la sconfitta angioina nella guerra del Vespro, il sovrano Federico III di Aragona (proclamato re di Sicilia nel 1296), diede la signoria di Paternò ad Ugo di Empúries, la cui esperienza di governo della città fu breve e rimise i suoi beni al monarca per tornare in Aragona[44].

Eleonora d'Angiò, regina di Sicilia e consorte del re Federico, da costui ebbe in dote la signoria su diversi feudi siciliani, tra cui Paternò, che formarono la Camera Reginale[45], istituita nel 1303. Rimasta vedova del marito nel 1336, la regina stabilì la sua residenza a Paternò, prima di ritirarsi a vita religiosa[46].

La regina Eleonora prima di morire donò ai Padri Conventuali il suo palazzo in Paternò, con annessa la chiesa di San Giorgio, poi divenuta di San Francesco[47]. Passata la reggenza del regno siculo prima al figlio Pietro II, e successivamente al nipote Ludovico, poiché quest'ultimo non contrasse le nozze, nel 1348 lo Stato di Paternò passò al Regio Demanio ed a Blasco Alagona[12].

Tra il 1350 e il 1357, Paternò fu coinvolta negli scontri tra la fazione dei Catalani, fedeli agli Aragonesi, e quelle dei Latini, rappresentata dai Palizzi e dai Chiaramonte sostenuti dagli Angioini, ostili alla famiglia reale di Sicilia. Attaccata da questi ultimi con devastazioni e razzie alle campagne circostanti, Paternò rimase fedele agli Aragonesi, dando ospitalità nel castello al giovane re Federico IV di Aragona, succeduto al fratello Ludovico morto nel 1355, anno in cui morì anche Blasco Alagona.

Nel 1360 la signoria di Paternò passò alla regina Costanza di Castiglia, e la città fu reintegrata alla Camera Reginale.

Con decreto del 16 aprile 1365 rilasciato dal re Federico IV, Artale I Alagona, Gran Giustiziere del Regno, permutò la contea di Mistretta con le terre di Paternò e Francavilla, appartenenti alla Regia Curia, cedendo il titolo di conte di Mistretta per assumere quello di conte di Paternò[48]. Con l'Alagona fu quindi ripristinata la contea, della quale ebbe reggenza fino al 1389, quando gli succedette la sua unica figlia Maria, quest'ultima consorte del barone Giovanni Cruyllas, signore di Francofonte[49].

Nel 1396 lo Stato di Paternò fu sequestrato agli Alagona dal re Martino I, divenuto sovrano di Sicilia, e reintegrato al Regio Demanio. Costui nel 1402 assegnò Paternò ed altre città alla Camera reginale della consorte Bianca di Navarra, che l'11 novembre 1405, promulgò le Consuetudini di Paternò[50].

Alla morte di re Martino avvenuta nel 1409, si acuì nuovamente lo scontro tra le fazioni latina e catalana. Paternò fu una delle nove terre reginali a ribellarsi alla regina Bianca[51], e si schierò dalla parte di Bernardo Cabrera, conte di Modica e giustiziere del Regno, che capeggiò tale rivolta. Tuttavia nel 1413, la città tornò ad appannaggio della regina.

Paternò fece parte della Camera reginale fino al 12 novembre 1431, quando il re Alfonso V di Aragona, detto Il Magnanimo, la vendette per 24.000 fiorini a Niccolò Speciale, «a compensare i servigi ricevuti nel governo dell'isola come viceré». Alla signoria dello Speciale sulla città - che cadde così in regime feudale - si devono le istruzioni sulla pesca nel Simeto, approvate il 1º aprile 1435 e la concessione di terre rigabili,[52]. Alla sua morte, gli succedette il figlio Pietro, prima di tornare al demanio nel 1446.

Epoca moderna[modifica | modifica wikitesto]

La signoria dei Moncada[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Moncada di Paternò.
Guglielmo Raimondo V Moncada

Il 15 dicembre 1456, il militare Guglielmo Raimondo V Moncada, conte di Adernò e Viceré di Sicilia, acquistò per 24.000 fiorini la terra di Paternò da re Alfonso.

Fu l'inizio del dominio dei Moncada, una delle più potenti famiglie feudali dell'isola, che sulla città etnea durò per oltre quattro secoli. L'infeudamento di Paternò ai Moncada generò malcontento tra gli abitanti, che in più occasioni invocarono la restituzione del territorio al Regio Demanio.

Nel 1465 a Guglielmo Raimondo Moncada, succedette alla signoria il figlio Gian Tommaso. I primi tumulti si verificarono nel 1492, e in tale anno il re Ferdinando II di Aragona e la consorte Isabella di Castiglia, emanarono il Decreto di Alhambra, che sancì l'espulsione degli ebrei dai territori dell'Impero spagnolo (compresa la Sicilia), nonché l'obbligo alla conversione al cattolicesimo di quelli che rimanevano.

A Paternò la comunità giudaica, numericamente irrilevante, era concentrata a levante del colle in un quartiere denominato Giudecca, ma all'epoca della dominazione saracena della Sicilia, fu - a differenza dei cristiani costretti dai dominatori a pagare un tributo per poter esercitare il proprio culto - quella che godette maggiormente della libertà religiosa assieme ai musulmani, con il pagamento della sola gesia come imposta[53]. Molto scarse sono comunque le testimonianze storiche sulla comunità ebraica di Paternò, salvo un episodio accaduto proprio all'epoca dell'emanazione dell'editto in cui, un ebreo per eludere il provvedimento - che prevedeva anche il sequestro dei beni posseduti dai giudei - trasportò la sua roba al di fuori del territorio del Regno di Spagna assieme ad uno schiavo, che esso stesso vendette illegalmente come per conto della Regia corte[54].

Al provvedimento dei reali spagnoli seguirono non pochi casi di neofitismo. A Paternò i neofiti dovettero pagare un'imposta del 45% per le esazioni tributarie[55], e molti di loro subirono tra il 1526 e il 1549 numerose persecuzioni e condanne al rogo in effigie perché contumaci o premorti[56].

I Moncada non furono cattivi amministratori, ma ciò nonostante continue erano le rivolte contro essi. La popolazione infatti, vide crescere notevolmente la ricchezza grazie allo sviluppo delle attività agricole, agevolate dalle censuazioni dei beni ecclesiastici e dalle lottizzazioni dei terreni a favore dei civili, che provvedettero alla bonifica e alla trasformazione di tali terreni in uliveti, vigneti, orti, frutteti, superfici a grano[57].

Intanto, nella signoria di Paternò, a Gian Tommaso Moncada succedette nel 1495 il figlio Guglielmo Raimondo VI, a cui a sua volta succedette nel 1511 il figlio Antonio III Moncada.

La Civitas Fertilissima[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi del Cinquecento, la città (titolo che ebbe dal 1473), per la ricchezza delle sue terre, fertili e con abbondanza di acqua, e per la qualità dei suoi prodotti agricoli, venne insignita del titolo di Civitas Fertilissima[58].

Tale appellativo venne confermato molti secoli più tardi dal Libro Rosso pubblicato nel 1714, che raccoglieva notizie storiche su Paternò, e che oggi risulta disperso[59].

Il Principato di Paternò (1565-1812)[modifica | modifica wikitesto]

Santa Barbara, patrona della città dal 1580
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Principato di Paternò.

Al conte Antonio III, nel 1531 succedette nella signoria di Paternò il figlio Francesco Moncada. Per i molti servizi resi alla Corona spagnola, il conte Francesco venne insignito del titolo di I principe di Paternò, con decreto dell'8 aprile 1565 (escutoriato il 3 giugno 1567) emanato dal re Filippo II di Spagna[60].

Il contado di Paternò, quindi, da semplice feudo fu elevato a rango di Principato. Si diede così origine ad un nuovo ramo della potente famiglia di origine catalana, quello dei Moncada di Paternò, che si fregiò di numerosi titoli nobiliari, come quelli di duchi di Montalto e di duchi di San Giovanni, nonché titolari di molti feudi, tra baronie e contee in altre parti della Sicilia.

Allo stesso tempo, Paternò ancor più di prima fu un semplice dominio dei Moncada, in quanto nel 1588 il principe Francesco acquistò il Palazzo Ajutamicristo di Palermo, che divenne dimora ufficiale della famiglia[61].

Tra il 22 luglio e l'8 settembre del 1576, Paternò venne colpita da una grave epidemia di peste che causò circa 70 decessi, e fu aperto un lazzaretto nella chiesa o nei locali annessi alla chiesa della Santissima Annunziata e un convalescenzario in quella di Sant'Antonio abate[62], dove gli infermi erano curati da dei medici mandati dalla principessa Aloisia de Luna, moglie del principe Cesare Moncada[63].

Per chiedere la protezione da questa grave epidemia che causò tante vittime, la popolazione paternese si rivolse in preghiera a Santa Barbara, che secondo la tradizione liberò la città dalla peste, e da allora divenne patrona della città.

La sua elevazione a Principato, fece sì che la popolazione aumentasse, grazie all'afflusso di molte facoltose famiglie da altri centri, catanesi in particolare. Nel 1583 Paternò contava 6.415 abitanti, ed il reddito complessivo della cittadinanza ammontava a 123.000 onze, perlopiù in beni immobili e attività agricole[64].

Il Seicento e il Settecento a Paternò: il terremoto del 1693, la rivoluzione urbanistica e la cultura[modifica | modifica wikitesto]

Stemma dell'Accademia dei Rinnovati della Fenice, fondata nel 1634

A partire dalla fine del XVI secolo, la città conobbe un processo di espansione urbanistica con la costruzione di nuovi edifici privati, pubblici e sacri (prevalentemente in stile barocco e neoclassico), che gradualmente spostarono l'abitato nella pianura sottostante al colle. Ad accelerare ulteriormente questo spostamento dell'abitato dalla acropoli alla parte "bassa", fu il terremoto del Val di Noto del 1693, che distrusse l'antico abitato sulla rupe basaltica e causò 60 vittime.

Già nel periodo anteriore all'evento sismico, nella "parte bassa" della città, alcune famiglie nobili e borghesi cittadine vi fecero edificare i loro palazzi. Gli stessi principi Moncada, pur avendo piantato radici a Palermo, nel 1627 fecero ricostruire a Paternò la loro dimora di rappresentanza, ossia il palazzo Moncada. A quella stessa epoca risalgono anche il Palazzo Ciancio e il Palazzo Las Casas.

Numerose le chiese sorte in questo secolo, molte su iniziativa delle confraternite che operarono in città, come la Chiesa del Carmine, la Chiesa della Madonna dell'Itria, la Chiesa di San Domenico, la Chiesa di San Giacomo e la Chiesa di Santa Barbara.

La città cominciò ad ingrandirsi arrivando a contare 9.808 abitanti nel 1798[65]: il sostenuto incremento demografico venne favorito da un provvedimento del principe Luigi Guglielmo I Moncada, che concesse ai forestieri che volessero venire ad abitarvi, una esenzione dalle imposte per dieci anni[66].

Se dal punto di vista urbanistico si assistette alla formazione di nuove strade (via del Cassero Vecchio, via Santa Caterina) e piazze (Quattro Canti), ed al recupero del colle con la costruzione della Scalinata della matrice (circa 1782), a Paternò vi fu un notevole fiorire di iniziative ed attività di tipo culturale: nel Sei-Settecento in città, sorsero istituzioni come l'Accademia La Fenice (1634) formata da letterati, e la nascita di un teatro (1704), quest'ultimo costruito per volontà dei baroni Chiarenza, che nel 1755 lo donarono al Comune[67].

Dal 1736 numerosi scienziati italiani e stranieri giunsero a Paternò per studiare il fenomeno delle Salinelle, vulcani di fango situati nella zona nordoccidentale della città. Il primo di costoro fu il medico paternese Vincenzo Chisari, che nel 1773 acquistò un terreno all'Acquagrassa, in cui sorgeva il Fonte Maimonide e vi fece edificare un bagno pubblico.

Nacquero nel contempo anche le iniziative popolari anti-Moncada, per chiedere la restituzione della città al demanio, come quelle del 1713 in cui i cittadini offrirono ai principi un'ingente somma per il suo riscatto, del 1720 in cui i paternesi si associarono alla popolazione di Caltanissetta e del 1753, in cui venne rilanciata la lotta giurisdizionale di quarant'anni prima[68][69], e tre i tentativi andarono falliti.

L'abolizione dello stato feudale e i moti popolari del 1820 e del 1837[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Alessi, edificio sorto nel 1787 come abitazione privata della famiglia Alessi, divenuta in seguito scuola, biblioteca e infine sede del municipio, in una foto di fine XIX secolo

Nel 1798, a seguito dell'occupazione napoleonica del Regno di Napoli, i Borbone fuggirono e ripararono a Palermo, ed assunsero la guida del Regno di Sicilia, cui sovrano fu Ferdinando IV di Borbone. Egli attuò una politica oppressiva e fiscalista sull'isola che generò un malcontento popolare.

Il Parlamento siciliano, con il sostegno del diplomatico britannico William Bentinck, promulgò nel 1812 la Costituzione, che commutava la Sicilia da monarchia assoluta a parlamentare e aboliva il feudalesimo: il Principato di Paternò cessò di esistere come entità politica, ed ultimo capo di Stato fu il principe Giovanni Luigi Moncada.

Il Congresso di Vienna del 1814-15 stabilì la riannessione della Sicilia al Regno borbonico, dove fin dall'occupazione napoleonica andava formandosi una società segreta, la Carboneria.

Anche Paternò fu toccata dal nuovo fenomeno dei carbonari. Tale organizzazione segreta costituì una sezione cittadina nel 1816, che vide l'adesione di esponenti della piccola borghesia, del clero e di militari. La carboneria paternese ebbe fra i suoi maggiori esponenti tre religiosi, i sacerdoti don Pietro Ardizzone, don Francesco Rizzo e don Vincenzo Sciacca, nonché personalità della piccola nobiltà cittadina quali Diego Amore Scammacca (sindaco nel 1818), Gioacchino Cara, Pasquale Cutore, e molti altri[70].

Di conseguenza i moti popolari del 1820 e del 1848, coinvolsero Paternò, così come anche l'insurrezione del 1837 che iniziò da Siracusa, a seguito del colera che infestò la Sicilia in quell'anno, soprattutto nel Palermitano.

A Paternò intanto, nel corso dell'Ottocento, proseguivano con fermento le opere pubbliche iniziate il secolo precedente, che stavano trasformando il suo arredo urbano con la creazione di nuove strade (via Ferdinandea e via Etnea) e piazze. Prese forma il nuovo centro abitato che mutò definitivamente fisionomia.

La città che nel 1831 registrò 13.540 abitanti, l'anno successivo fu amministrativamente inserita nel Distretto di Catania. Sotto il profilo economico, l'agricoltura, settore primario della città, era in crisi a causa della mancanza di liquidità da parte dei proprietari terrieri e molti terreni rimanevano incolti[71]. Poco sviluppati i commerci per l'assenza di adeguate vie di comunicazione e modeste sono le attività artigianali.

Per quanto concerne l'aspetto culturale della città, nel 1815 l'amministrazione civica istituì tre scuole pubbliche secondarie - il cui insegnamento fu affidato a tre sacerdoti - ospitate nei locali di Palazzo Alessi[72], che dal 1835 fu sede della biblioteca comunale, nata su iniziativa di due insegnanti, i proff. Fusco e Musarra, e dotata di numerosi volumi donati dal dott. Antonino Mazzamuto[73].

Il Risorgimento[modifica | modifica wikitesto]

La seconda metà dell'Ottocento vide la diffusione dei movimenti risorgimentali in tutta Italia, ed anche in Sicilia. Essi si fecero più attivi dopo il 1848, e nel giro di tredici anni questi avrebbero poi portato all'unità politica e alla creazione del Regno d'Italia.

Paternò fu particolarmente attiva nella rivoluzione siciliana del 1848: nella città, sotto la guida del maggiore Francesco Ciancio Tripi, fu riorganizzata la Guardia Nazionale, mentre al Parlamento siciliano, i due deputati paternesi Alessandro Coniglio ed Emanuele Bellia, votarono la decadenza dei Borboni[74].

Il 4 aprile 1860 a Palermo scoppiò l'ennesima insurrezione anti-borbonica, che andò a diffondersi a macchia d'olio in tutta l'isola.

Anche a Paternò avvenne la prima manifestazione contro il regime borbonico, e il 17 maggio - 6 giorni dopo lo sbarco dei Mille di Garibaldi a Marsala - Santi Correnti del Comitato Insurrezionale Centrale issò il primo Tricolore in città[74]. Altri importanti membri del movimento risorgimentale paternese furono anche i fratelli Federico e Francesco Ciancio, Onofrio Caruso, Francesco Correnti (fratello del precedente), Giuseppe Longo e Cesare Moncada[75].

Paternò fu determinante per la conquista di Catania da parte dei volontari di Giuseppe Garibaldi: essi sconfissero un reparto dell'esercito borbonico guidato dal colonnello Mella, e questa impresa consentì l'entrata trionfale dei garibaldini nel capoluogo etneo[76].

Epoca contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Uno scorcio della Via Vittorio Emanuele nella zona delle Palme, alla fine del XIX secolo
Piazza Indipendenza in una foto risalente alla fine dell'Ottocento

Il periodo post-unitario[modifica | modifica wikitesto]

Primo sindaco di Paternò dopo l'unità d'Italia fu Giuseppe Maria Cara, che in carica fino a dicembre, venne succeduto da Onofrio Caruso. Al primo censimento del 1861 la città registrò 15.201 residenti.

A seguito della proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo 1861, alla "strada dritta" di Paternò - inizialmente via Ferdinandea - fu data l'intitolazione di via Vittorio Emanuele, in onore al re Vittorio Emanuele II. Iniziarono le prime cospirazioni filoborboniche represse dalla Guardia Nazionale e i Carabinieri Reali, che portarono all'arresto di numerose spie e cospiratori[77]. Il 14 luglio 1864, Giuseppe Garibaldi venne accolto festante in città delle forze armate e dalla popolazione.

Finito il Risorgimento italiano nel 1871 con l'annessione di Roma al nuovo Stato italiano e la sua proclamazione a capitale, nel Mezzogiorno crebbe il malcontento popolare per via della politica fiscale vessatoria attuata dal Governo italiano sui cittadini, con l'introduzione di molte tasse, tra cui quella sul macinato.

Paternò sotto il profilo economico attraversò una pesante fase depressiva dovuta dalla crisi agricola, che risentì della concorrenza degli agrumi provenienti da Spagna e Stati Uniti sui mercati e dell'aumento dei costi di manodopera. In aumento furono i casi di disagio sociale tra la popolazione con la diffusione dell'accattonaggio e della prostituzione femminile per problemi economici[78].

Nel 1866, a ridosso della collina, nell'antico monastero benedettino dell'Ordine di Josaphat fu aperto l'ospedale cittadino, il Santissimo Salvatore. Ciò nonostante, si verificò un peggioramento delle condizioni socio-sanitarie, con la diffusione di epidemie quali il colera, il tifo bovino e la malaria. Sulla presenza della malaria a Paternò a fine Ottocento, dovuta alla vicinanza delle aree paludose del Simeto e delle risaie, fece un cenno il romanziere vizzinese Giovanni Verga nella sua novella Malaria del 1876:

Invano Lentini, e Francofonte, e Paterno, cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle. ...[79]

Fu l'inizio delle prime agitazioni sociali, e a cominciare dagli anni settanta del XIX secolo, a Paternò nacquero diverse organizzazioni dei lavoratori, la prima di queste nel 1875, la Società degli operai, alla quale seguì la formazione di altre associazioni[80].

Nel 1891 a Catania, il deputato Giuseppe De Felice Giuffrida fondò il movimento dei Fasci siciliani: una sede cittadina del nuovo movimento sorse anche a Paternò, che fu uno dei primi in tutta l'isola[80], e contava già 300 soci[81]. Il Fascio dei lavoratori di Paternò codificò nel 1892 il proprio statuto che tra i suoi contenuti prevedeva la partecipazione alla Festa del lavoro[82].

Subito dopo il congresso tenuto a Palermo nel 1893, a cui partecipò anche una nutrita rappresentanza di Fasci paternesi, il presidente del consiglio Francesco Crispi attuò una politica repressiva nei confronti del movimento.

Intanto nel 1895 venne inaugurata la Stazione della Ferrovia Circumetnea di Paternò, che collegò per mezzo di una linea ferroviaria la città con Catania.

I fatti del 1896[modifica | modifica wikitesto]

A Paternò una nuova rivolta popolare si svolse tra il 19 e il 26 aprile del 1896, anch'essa repressa duramente[80], come protesta verso l'aggravio di alcuni tributi locali, a cui fece seguito nell'agosto successivo un rigoroso processo conclusosi con numerose condanne[83][84]. Tali imposte furono successivamente soppresse con la legge n. 551 emanata dal governo presieduto da Antonio Di Rudinì il 24 dicembre dello stesso anno che cancellò tutti i pagamenti dei debiti arretrati e relativi interessi dei comuni siciliani, che furono soddisfatti con un mutuo[85].

Il Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Scalinata della matrice agli inizi del Novecento

L'inizio del XX secolo a Paternò fu caratterizzato da discreti progressi in campo socio-economico e culturale. Aumentò la popolazione che passò dai 15.778 nel 1871 e 17.162 nel 1881, fino ai 22.857 nel 1901 ed i 29.088 nel 1911.

La città - come del resto tutta l'area etnea della provincia di Catania - fu, rispetto a molte zone della Sicilia, poco interessata dal fenomeno dell'emigrazione, perlopiù temporanea e diretta verso l'America Settentrionale, l'Australia e l'Argentina. Fu invece interessata da un consistente flusso migratorio proveniente dalle zone limitrofe, in particolare dai comuni della provincia di Enna e di Messina, e la permanenza per gran parte di questi lavoratori forestieri stagionali fu definitiva[86].

Inoltre, grazie alla legge del 1896 che saldò il deficit di bilancio comunale, l'Ente poté avere a sua disposizione le risorse necessarie per effettuare investimenti: nel 1900 fu restaurato il Castello Normanno; nel 1902 un contratto stipulato dal Comune con una ditta elettrotecnica catanese fornì la città della corrente elettrica; nel 1904 venne istituito un liceo, il Regio Ginnasio "Mario Rapisardi"; nel 1907 fu costruito il ponte sul Simeto, importante mezzo di comunicazione stradale che servì a favorire i commerci con i comuni limitrofi[87].

Importante fu anche lo sviluppo edilizio con la costruzione di palazzine nelle vie principali della città, in stile architettonico eclettico o liberty.

Riprese la produzione del baco da seta, che determinò lo sviluppo di numerose attività industriali nel settore tessile come i telai per la lavorazione del cotone, gli opifici per la produzione di corde, e le tintorie[88].

Aumentò la superficie coltivabile, grazie alle opere di bonifica delle aree paludose del Simeto (avviate dal 1781[89]) e la lotta ai parassiti che infestavano le colture. Ciò diede un notevole impulso alle attività agricole, in particolare le colture di agrumi, pistacchio, castagno, ortaggi e vitigni[90].

Nel 1915 l'Italia fece il suo ingresso nella prima guerra mondiale a fianco delle potenze della Triplice Intesa. Molti giovani paternesi vennero mandati sul fronte di guerra, e di questi, circa 600 furono coloro che persero la vita[91]. In loro onore, nel 1931 venne inaugurato il Monumento ai caduti, eretto in piazza Santa Barbara.

L'8 ottobre 1921 il principe ereditario Umberto II di Savoia, recò visita alla città etnea[92].

Il ventennio fascista a Paternò[modifica | modifica wikitesto]

Il 22 ottobre 1922, da ogni parte d'Italia giunsero a Roma un gruppo di militanti del movimento dei Fasci di combattimento, la cui marcia venne organizzata e capeggiata dal segretario e fondatore Benito Mussolini, il quale poco dopo ricevette l'incarico - senza la legittimazione popolare - di formare il nuovo governo da re Vittorio Emanuele III: fu l'inizio del Fascismo in Italia.

A Paternò la sede cittadina del Partito Nazionale Fascista venne fondata il 2 febbraio 1923, con segretario l'ing. Rosario La Russa[93], che diversi anni più tardi fu podestà della città etnea.

In epoca fascista venne definitivamente debellata la malaria - la cui ultima epidemia si ebbe nel 1925[92] - grazie alla bonifica integrale operata nella Valle del Simeto[94], a seguito della quale nel 1927 fu fondato il borgo contadino di Sferro, dove fu introdotta la coltivazione del grano.

Le condizioni economiche di Paternò durante il Ventennio, a differenza di altri comuni dell'isola, in generale si presentavano discrete.

Oltre al redditizio commercio delle arance, Paternò poteva vantare una centrale per la produzione e distribuzione dell'energia elettrica, una fabbrica di ghiaccio. Ma permaneva un alto indice di disoccupazione. La crescita economica annua nel suo complesso non superava l'1%. Scarso era il consumo di carne bovina, più diffuso invece il consumo di carne ovina. L'alimentazione era fondata su legumi, verdura e frutta, scarse le proteine animali[95].

Nel 1928 il podestà Cav. Carmelo Moncada introdusse l'uso dello sparo della bomba al Castello Normanno come segnale orario di mezzogiorno[96], che oggi viene praticato solo annualmente alle 8 del mattino in occasione dell'avvio della festa patronale di Santa Barbara.

La grande depressione colpì anche il settore agricolo, primario nell'economia paternese, che tuttavia manifestò una fase di ripresa a seguito delle politiche economiche autarchiche attuate dal Governo Mussolini dopo le sanzioni del 1936, che consentì di proteggere i prodotti agricoli, quali cereali e agrumi, dalla concorrenza straniera[97].

Nel 1939, con l'invasione della Polonia da parte dell'esercito della Germania nazista e l'intervento di Francia e Regno Unito in favore del paese esteuropeo, si ebbe l'inizio della seconda guerra mondiale. A Paternò, i venti di guerra erano ancora lontani, ma qualche anno più tardi cominciarono a farsi sentire, ed in maniera assai pesante e incisiva per la popolazione.

La seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni del conflitto - anche dopo l'ingresso dell'esercito italiano avvenuto il 10 giugno 1940 a seguito della dichiarazione di guerra fatta da Mussolini a Francia e Gran Bretagna - Paternò ne rimase immune, anche se in città i preparativi bellici furono effettuati fin dal 1937: in quell'anno Paternò, seguendo l'esempio di tanti comuni italiani, aveva apprestato un sistema di difesa antiaerea consistente in lampade solari per l'oscuramento della città, e si provvide anche a costruire un bunker antiaereo, attiguo alla caserma dei carabinieri, che potesse ospitare 50 individui in caso di bombardamento aereo. La guerra dunque era cominciata prima che essa venisse dichiarata[98].

Nel 1942 diversi palazzi della città furono requisiti per esigenze militari, e vi si insediarono i comandi militari delle forze dell'Asse.

I primi disastri per la città e per la sua gente arrivarono dopo le prime sconfitte militari riportate dalle forze dell'Asse italo-tedesco sul Mediterraneo: nel pomeriggio del 14 luglio 1943, un pesante bombardamento compiuto dall'aviazione anglo-statunitense distrusse l'80% dell'abitato e causò 2.320 feriti[99]. Ben più grave fu il numero dei morti sotto le macerie che fu di oltre 4.000 vittime. I bombardamenti durarono fino al 2 agosto[100].

Il maggior numero di civili deceduti sotto i bombardamenti fu registrato nel quartiere Montecenere, e molti loro cadaveri furono bruciati[101]. Assieme al quartiere Montecenere fu raso al suolo anche parte del quartiere San Gaetano ed altri quartieri storici della città[102].

I presidi militari italo-tedeschi furono chiaramente gli obiettivi dell'aviazione britannica, ma di certo non lo fu il Giardino Moncada utilizzato come ospedale da campo per i civili e allestito dal frate cappuccino padre Vincenzo Ravazzini. Nonostante si trattò di una zona di ricovero per i civili, il giardino fu colpito dai violenti bombardamenti alleati che devastarono in quel periodo Paternò: Ravazzini morì tragicamente il 15 luglio assieme a tutti i civili ricoverati[103][104]. In suo ricordo, dal 1973, è eretta all'interno della villa una stele.

Tuttavia non è comunque certo il reale numero dei morti civili durante il secondo conflitto mondiale a Paternò. Su questo dato si è soffermato il giornalista paternese Ezio Costanzo, storico contemporaneo, secondo il quale la cifra dei caduti sotto i bombardamenti indicata dalla storiografia ufficiale sarebbe eccessiva per quelle che erano all'epoca le caratteristiche demografiche del paese e per le documentazioni sulla conta dei decessi fornite dal Comune al termine del conflitto. Costanzo ritiene infatti che i morti civili complessivi per cause belliche nella città etnea in realtà non furono oltre le 500 unità[105]. Inoltre tali cifre sembrano errate considerando pure i dati forniti dall'AMGOT dopo il conflitto, che parlano di 4.918 vittime e 4.054 feriti in tutta la provincia di Catania[105].

Le battaglie terrestri per l'avanzata alleata su Paternò si svolsero a Sferro e Gerbini: dal 18 al 21 luglio, nei pressi di Sferro, la 51ª Divisione dell'esercito britannico combatté una violenta battaglia contro la divisione tedesca Hermann Göring, che bloccò la loro avanzata e impedì di entrare nella Piana di Catania. A Gerbini gli Highlanders scozzesi attaccarono il 20 luglio la base aerea, ma furono respinti dagli avversari il giorno dopo[106].

Lo scontro fu durissimo, i militari caduti da entrambe le parti furono oltre centinaia e si concluse il 5 agosto, con la ritirata dei militari tedeschi presenti nella zona, e la successiva occupazione della città da parte delle forze del reparto scozzese dell'esercito britannico[100]. Nel 1944 il governo militare alleato nominò sindaco della città il colonnello Natale Strano.

Per il grosso tributo di sangue pagato dalla comunità paternese nel secondo conflitto mondiale, che tale rimane indipendemente dall'esattezza o meno delle cifre, il ministro dell'Interno Mariano Rumor concesse alla città in data 20 ottobre 1972, la Medaglia d'oro al valor civile.

Paternò nel dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Il Santuario della Madonna Consolazione, completamente distrutto dai bombardamenti del 1943 e ricostruito negli anni successivi

Paternò uscì gravemente danneggiata e segnata dai terribili bombardamenti del 1943, in cui molti civili inermi perirono sotto le macerie. Nel corso del conflitto anche a Paternò come nelle altre zone dell'isola, entrarono in azione i movimenti separatisti quali il MIS e l'EVIS.

Nelle prime consultazioni elettorali, svoltesi poco dopo l'entrata in vigore della repubblica come ordinamento politico nel 1946 - scelta per pochi consensi di vantaggio al referendum istituzionale rispetto alla opzione monarchica - a Paternò il MIS conseguì un ragguardevole risultato elettorale: su 16.794 votanti a votarlo furono 3.815 (il 22,7 %), che era in valore assoluto, fra i comuni della provincia, la più elevata quota di suffragi dopo quella del capoluogo regionale[107], tanto da permettergli di eleggere il primo sindaco dell'epoca repubblicana nella persona del prof. Vincenzo Puglisi[108], che fu in carica per sei mesi. Oltre a Puglisi, maggior esponente del MIS paternese fu il prof. Domenico Ciravolo[109].

Parallelamente in città sorsero le sezioni dei partiti politici nazionali. Per quanto concerne l'aspetto politico-amministrativo nel dopoguerra a Paternò, la situazione fu medesima al resto della Sicilia, poiché vi fu l'egemonia della Democrazia Cristiana, che a Paternò ebbe come principali esponenti Barbaro Lo Giudice e Nino Lombardo. Democristiani furono tutti i sindaci della città fino allo scandalo di Tangentopoli del 1993.

Secondo partito in città per numero di consensi, fu il Movimento Sociale Italiano, la cui prima sezione in assoluto della provincia di Catania fu fondata a Paternò[110] nel 1946 dal dott. Salvatore Condorelli, assieme al Cav. Federico Ciancio, il dott. Vincenzo Garraffo e il dott. Salvatore Rapisarda, e che ebbe tra i suoi principali esponenti Antonino La Russa, divenuto successivamente un politico di livello nazionale.

Avviata la ricostruzione come prevista dal Piano Marshall, essa procedette molto a rilento. Un importante contributo lo diede anche il comm. Michelangelo Virgillito, finanziere paternese emigrato da giovane a Milano, che nel 1948 si addossò le spese per la ricostruzione del Santuario della Consolazione[111], semidistrutto dai bombardamenti nel periodo bellico e dichiarato pericolante. Il nuovo tempio ricostruito e riconsacrato, fu inaugurato nel 1954.

A Virgillito si devono anche le spese per la ricostruzione di altri edifici sacri di Paternò, nonché della casa della Carità "Mamma Provvidenza", la casa del fanciullo "Papà Domenico", le scuole materne, per la biblioteca comunale (in occasione della sua inaugurazione nel 1951 donò un mobile contenenti i volumi della Enciclopedia Treccani) de molte altre[112][113].

La popolazione paternese registrò un notevole incremento tra il 1951 e il 1961, passando dai 34.264 ai 40.899 residenti, in conseguenza del rapido sviluppo edilizio verificatosi in quell'arco di decennio. La crescita demografica fu più contenuta nei decenni successivi, che vide la popolazione passare dai 41.830 residenti del 1971 ai 45.725 del 2001[114], la quale risentì parzialmente della separazione di Ragalna, divenuto comune autonomo nel 1985.

Paternò mutò anche sotto l'aspetto urbanistico, con la costruzione di nuovi edifici pubblici e privati - come la costruzione del palazzo delle Poste nel 1957 nell'area su cui sorgeva il teatro, l'edificazione del nuovo municipio in piazza Repubblica nel 1960 e l'apertura dei nuovi locali dell'ospedale "Santissimo Salvatore" nel 1965 - che se da un lato vide ingrandire la città, dall'altro determinò anche uno sviluppo disordinato dell'abitato a causa dell'abusivismo edilizio.

Nel 1953 ebbe luogo l'inaugurazione della villa comunale, il Giardino Moncada, sorto in via Vittorio Emanuele all'ingresso del centro storico cittadino, che deve il suo nome al cav. Carmelo Moncada, che molti anni prima donò al comune un suo terreno proprio per farvi edificare un giardino pubblico.

Piazza Regina Margherita, detta "i Quattro Canti", in un'immagine degli anni settanta

Si ebbero inoltre, l'apertura di nuove strade e l'espansione del centro abitato verso la parte settentrionale del suo territorio, la cui edificazione venne regolata dal Comune nel 1976 e diede origine al Quartiere Ardizzone, che vide prendere forma verso la fine degli anni ottanta. Meno importante rispetto ai decenni precedenti, fu la costruzione di opere pubbliche, per gran parte strutture recuperate a seguito delle distruzioni arrecate dall'ultimo conflitto, salvo l'inaugurazione delle nuove motrici FCE del 1953 e la nuova diga di Ponte Barca inaugurata nel 1984.

Ripresero le attività economiche, soprattutto quella agricola attrezzata e ammodernata, che grazie alla fertilità dei suoi terreni vide incrementare le produzioni di agrumi, ortaggi, pomodori e olive, con le arance - in particolare la sanguinella - che conobbero le esportazioni verso i mercati esteri[115]. Importanti furono anche la ripresa delle attività artigianali con la lavorazione della pietra lavica e dei carretti, lo sviluppo delle attività commerciali e terziarie in centro, e di quelle industriali in contrada Trefontane.

Con D.P.R. del 9 febbraio 1983, Paternò ricevette il Titolo di Città. Nello stesso anno fu approvato dal Comune il primo Piano regolatore generale, che disciplinò le costruzioni di edifici secondo le norme previste, ma che allo stesso tempo non fu in grado di eliminare la piaga dell'abusivismo edilizio, che proseguiva in altre aree della città.

Il XXI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Il Palazzo del Municipio di Paternò al Quartiere Ardizzone, costruito agli inizi degli anni ottanta, oggi sede degli uffici comunali

Nel corso degli anni novanta, Paternò è stata caratterizzata da un certo immobilismo politico-amministrativo: la città non ha assistito a cambiamenti significativi, se non del tutto inesistenti. Cominciavano ad emergere i primi segni di un declino che si ripercuotono fino ai giorni nostri, in cui la città attraversa un difficile periodo caratterizzato da una crisi economica e sociale, dovuta principalmente alla disoccupazione, che alla fine di tal decennio presentava un elevato tasso del 30%[116].

Dopo oltre cinquant'anni di amministrazione democristiana, a Paternò nel 1992 veniva eletto sindaco la prof.ssa Graziella Ligresti, che si presenta con il movimento La Rete di Leoluca Orlando[117], a capo di una coalizione di centro-sinistra. La sindacatura della Ligresti dura fino al 2002.

Dopo gli anni 2000, per Paternò ha inizio una terribile fase depressiva, della quale risente a tutt'oggi, e che è venuta ad accentuarsi dopo la crisi economica internazionale del 2008.

Ad essere danneggiato è soprattutto il settore agricolo, di vitale importanza per l'economia paternese. A causa della globalizzazione dei mercati, in cui penalizzati sono stati i prodotti agroalimentari siciliani - come le arance - il settore è andato in crisi per l'aggressiva concorrenza straniera proveniente dal Nordafrica. Questa situazione ha determinato a Paternò un grave disagio tra i braccianti, i quali a loro volta subiscono la concorrenza di braccianti stranieri - in particolare romeni e marocchini - la cui manodopera "in nero", cresciuta vertiginosamente negli ultimi anni, viene impiegata da alcune imprese della zona per risparmiare sui costi del lavoro[118].

Altro settore danneggiato è stato il commercio, soprattutto nel settore dell'abbigliamento, i cui negozi sono concentrati nel centro storico. La crisi è dovuta alla concorrenza sleale subita dalle attività commerciali dei cinesi (molto cresciute negli ultimi anni in città) e alla nascita nel 2005 del complesso commerciale Etnapolis nella vicina località di Valcorrente[119]. Nel periodo antecedente a questa crisi, Paternò era conosciuta come la "città commerciale" più importante della provincia[120].

Il centro storico è sempre più abbandonato dai cittadini, e di conseguenza abbandonati o sfitti risultano molti edifici. Eppure, diversi sono stati gli edifici storici recuperati, come Palazzo Alessi - tornato nel 2006 ad essere sede comunale - l'ex ospedale "Santissimo Salvatore", oggi Palazzo delle Arti, l'ex carcere borbonico adibito a museo archeologico intitolato a Gaetano Savasta, o alcune strutture come la piscina comunale. Grave è la situazione dei monumenti storici, bersaglio continuo di vandali, così come pure gli impianti sportivi, il Velodromo Salinelle, finito di realizzare nel 2003 e mai aperto al pubblico.

Dal 2002 al 2012 è stato sindaco della città l'avv. Giuseppe Failla - politico locale legato a Ignazio La Russa[121] - eletto con una coalizione di centro-destra.

I dieci anni dell'amministrazione Failla, politicamente fallimentari, sono stati caratterizzati da diversi fatti, il primo dei quali nel 2005 con la questione relativa alla costruzione del termovalorizzatore nel territorio paternese, vicino all'oasi di Ponte Barca, che ha subito generato la forte opposizione dei cittadini, ma che ha avuto ampio via libera dall'esecutivo civico rispetto alla scelta del sito da parte della Regione, governata da Salvatore Cuffaro. Nell'affare del termovalorizzatore, sembra vi siano state infiltrazioni della criminalità organizzata, venute allo scoperto con l'arresto dell'assessore Carmelo Frisenna, avvenuto tre anni più tardi, indagato dalla Procura di Catania per associazione mafiosa, e condannato nel 2010 a cinque anni di reclusione. Con l'arresto del Frisenna si era ipotizzato nel 2009 lo scioglimento della giunta comunale per infiltrazione mafiosa da parte della Prefettura di Catania[122][123], ma il provvedimento non è stato mai attuato.

Inoltre il sindaco è andato alla ribalta delle cronache nel 2008 per una singolare iniziativa, che lo ha visto protagonista ai Quattro Canti, seminudo e con la fascia tricolore, come protesta per lamentare la mancanza di fondi comunali per gestire l'igiene ambientale, che ha determinato la crisi dei rifiuti[124], scoppiata in quell'anno e fino ad oggi irrisolta. Failla, lascia un comune dilaniato dalle difficoltà finanziarie che rischiano di mandare l'Ente in dissesto[125].

Nella primavera del 2012, la città a seguito delle elezioni amministrative, cambia primo cittadino: la tornata elettorale registra il crollo di consensi per il Popolo delle Libertà, partito del sindaco uscente, che con il suo candidato, l'avv. Vittorio Lo Presti - votato dal 19,93% degli elettori - non riesce neppure ad arrivare al ballottaggio, che altresì vede la sfida tra il candidato del Partito Democratico, il prof. Mauro Mangano (38,68%), e Antonino Naso (37,87%), appoggiato dal Movimento per l'Autonomia[126]. Al secondo turno, viene eletto sindaco il candidato Mangano, che con il 55,95% dei consensi è a capo una coalizione di centro-sinistra, che ottiene una larga maggioranza al consiglio comunale, con 18 consiglieri su 30[127].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. S. Di Matteo, Paternò, la storia, la civiltà artistica, 2009, p. 15
  2. ^ G. Bellafiore, La civiltà artistica della Sicilia dalla preistoria ad oggi, Le Monnier, 1963, p. 171
  3. ^ RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI SUL SIMETO A PATERNO' - Sites.google.com
  4. ^ L. Bernabò Brea, M. Cavalier, F. Famularo, Meligunìs Lipára: L'acropoli de Lipari nella prehistoria, Flaccovio, 1960, p. 658
  5. ^ AA.VV., Archivio storico per la Sicilia Orientale, Giannotta editore, 1920, pp. 85-96
  6. ^ G. Pugliese Carratelli, Lo stretto crocevia di culture, Istituto per la storia e l'archeologia della Magna Grecia, 1987, p. 199
  7. ^ AA.VV., Kōkalos: studi pubblicati dall'Istituto di storia antica dell'Università di Palermo, Bretschneider, 2002, pp. 131-132
  8. ^ C. Ampolo, Italia: omnium terrarum parens : la civiltà degli Enotri, Choni, Ausoni, Sanniti, Lucani, Brettii, Sicani, Siculi, Elimi, Scheiwiller, 1989, p. 15
  9. ^ Cfr. S. Di Matteo, Paternò, la storia, la civiltà artistica, 2009, pp. 16-17
  10. ^ Cfr. G. Savasta, Memorie storiche della città di Paternò, 1905, p. 32
  11. ^ Cfr. G. Savasta, Memorie storiche della città di Paternò, 1905, p. 26
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • S. Correnti - Paternò - Palermo, Nuova Trinacria, 1973.
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  • B. Rapisarda Tripi - Paternò tra due torri - Paternò, Ass. Culturale, "B. Rapisarda", 2002.
  • C. Rapisarda - Paternò Medievale - S.M.di Licodia, Aesse, 1999.
  • N. Rapisarda - Contributo alla preistoria sicula: ricerche sulle due antiche città Etnee, Inessa-Aetna ed Ibla Galeotis - Catania, Giannotta, 1913.
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