Brani di vita/Libro primo (Ricordi)/Guardia nazionale

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Guardia nazionale

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Olindo Guerrini - Brani di vita (1908)
Guardia nazionale1
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Vi ricordate la Guardia Nazionale?

Povero brandello delle nostre sacrosante istituzioni, povero articolo dello Statuto, morto e sepolto come tanti altri! Io ne ho una memoria abbastanza chiara, perchè ho assistito ai tre principali momenti della sua vita.

Il primo ricordo ha una sessantina d’anni oramai. C’erano i tedeschi in Romagna, e il tener armi in casa voleva dire rischiar la galera o peggio. Sapete che Gorzowsky non scherzava. Pure, in casa mia e in molte altre, si conservava religiosamente, come reliquia delle speranze cadute, quel che si poteva nascondere. Il mio povero babbo era stato anch’egli della guardia civica e la sua sciabola d’ufficiale era stata nascosta in casa. Io, bambino, lo sapevo, benchè mi fosse tenuto segreto il nascondiglio; e quella sciabola nascosta mi ispirava un misterioso rispetto, come un nume invisibile e presente. Il portare in me qualche cosa di un segreto pericoloso, mi faceva insuperbire: mi pareva di essere a parte di una congiura tenebrosa, di una macchinazione fatale. Ricordo benissimo che mia madre, quando ero buono, mi premiava mostrandomi le spalline dorate del babbo, e non era certo in casa mia che i colombi avrebbero fatto il nido nell’elmo di Scipio.

Eppure in casa non c’era nessuna tradizione militare. Il mio povero babbo non fu che un ignoto farmacista di villaggio, uno di quei farmacisti militi che hanno poi dato tanta materia alle caricature imbecilli ed ai motti scellerati. Ma in quelle umili case, dove non si convitavano i generali tedeschi come in certe altre, si aspettava sempre la risurrezione, si teneva vivo il fuoco sacro, quel fuoco al quale ora gli anfitrioni dei croati riscaldano il pranzo ed accendono la sigaretta.

Come ghignano, come hanno ghignato i nobili conti e le nobilissime marchese di questi poveri diavoli che alzarono col suffragio loro questa baracca, all’ombra della quale è lecito oggi sognare le ineffabili felicità di una chiave di ciambellano o di una patente di dama di corte! E sono i poveri farmacisti beffati, i poveri borghesucci messi in ridicolo, che hanno dato denari e braccia, entusiasmo e buona fede per fare una Italia costituzionale. I nobili conti, le nobilissime marchese rideranno tanto, i valletti ed i parassiti faranno tanto ridere, che finalmente i farmacisti ed i borghesucci si stancheranno di far la parte dei bastonati e contenti. E allora?

Così ho visto la Guardia Nazionale allo stato latente. L’ho vista poi allo stato trionfante.

Nel 1859 ero in collegio. I preti hanno questo di buono, che sanno conciliarsi il rispetto dei loro allievi. Infatti, al rumore della battaglia di Magenta, io ed i miei condiscepoli insorgemmo come un collegiale solo e colle scope, le molle, le sassate ed altri persuasivi argomenti, cacciammo il tiranno aborrito. A cose più quiete, io, come uno dei capi, fui gentilmente pregato a levare l’incomodo, e mio padre, cui non pareva vero, mi condusse a Torino. Là vidi la Guardia Nazionale all’apogeo della sua fortuna.

A prima vista, però, non mi fece buona impressione. Molti se li ricorderanno ancora, i militi che per Doragrossa andavano a suon di banda al cambio della guardia. Allora a Corte accettavano ancora i servigi dei poveri militi, senza badar troppo alle incongruenze del vestiario. C’erano i calzoni larghi alla francese accanto ai calzoni stretti del quarantotto, le tuniche lunghe fino al ginocchio vicino alle tunichette misere ed arrossite in testimonianza dei molti e leali servigi.

I cheppì erano di cento forme, dallo staio napoleonico al cono tronco degli ufficialetti eleganti. I pennacchi poi erano di tutti i colori dell’iride. Allora la Guardia Nazionale la chiamavano ancora il Palladio delle istituzioni, le facevano la corte, le davano la destra nelle riviste. Ne avevano bisogno dei poveri farmacisti e dei mercantucci panciuti. Ora che non sanno più che farsene, limoni spremuti, hanno buttato nella spazzatura le bucce.

Ho visto la Guardia Nazionale della decadenza, a Subiaco, dopo il 1870. Già era diventato buon gusto schernire i borghesucci che giocano al soldato. Il Palladio era una canzonatura. Il vero palladio delle istituzioni era divenuto l’esercito. E davvero l’esercito, mentre durava ancora l’assedio di Parigi, era guardato come una speranza di sicurezza, ed i generali non si mettevano sulla via dei pronunciamenti negando concordi di aver parte in un Ministero di sinistra, e nessuno li spingeva per questa via dolorosa. La Guardia Nazionale, sfuggita dai borghesucci che temono i frizzi del loro giornale, non era più che una collezione di cambi pagati. A Subiaco, la domenica, girava una pattuglia di omaccioni colle brache corte e senza calze, colla camicia aperta sopra un petto che pareva il vello di un caprone, con certi ceffi che, a incontrarli di notte sul monte, c’era da fare il voto a Santa Scolastica. Portavano i fucilacci rugginosi a bilancia sulla spalla, sbattendo le baionette per le muraglie dei vicoli, e non rifiutando la foglietta offerta dagli amici sulla porta delle bettole. Di quando in quando un milite si sbandava e si fermava a giuocare una passatella. La Guardia Nazionale era proprio moribonda.

Ed è morta. Morta ammazzata da coloro che hanno paura di tanti fucili sparsi per la città. Morta ammazzata come tanti articoli dello Statuto, palladio anch’esso, palladio sacro delle nostre istituzioni.

Non difendo la povera ammazzata, nè vorrei predicarne la resurrezione. Solo mi fermo a guardare il cadavere e ci faccio sopra le mie riflessioni.

E dico. Dunque, anche nella mente e nelle azioni di coloro che giurano fede allo Statuto, lo Statuto non è poi cosa immutabile e sacra. Non è dunque sacrilegio lo strapparne un articolo o una pagina, quando lo persuadano il bisogno e l’interesse. A che dunque tante parole altisonanti sull’arca santa delle nostre istituzioni? Perchè processate coloro che attentano con le parole a quelle istituzioni stesse cui altri impunemente attenta colle opere? Ci sono dunque due classi di cittadini, una cui è lecito fare un buco magari nelle leggi fondamentali, ed un’altra, cui è proibito sino il voto di un cambiamento nelle disposizioni delle leggi stesse? Dunque i poveri farmacisti furono ingannati quando credettero vero il motto che sta scritto nei tribunali? Come si spiega questa faccenda?

Rispondono: non è un attentato alla santità delle leggi fondamentali, ma è che tutto invecchia a questo mondo, e certe disposizioni che sono buone per un’epoca, sono inutili o cattive per un’altra. Tale era la Guardia Nazionale. È la legge dell’evoluzione. Ci perfezioniamo respingendo quel che non è più buono. È un progresso, non è un sacrilegio.

Grazie. Ma noi non chiediamo altro! Voi fate vostra la tesi di quelli che per gli stessi motivi domandano la Costituente.

Di qui non si esce. O lo Statuto deve rimanere intatto in ogni sua parte, e nessuno può abolirne di fatto un articolo. O si può toccare quando il bisogno lo vuole, ed allora non è reato il sostenere che le istituzioni vanno a finir tutte a poco a poco come la Guardia Nazionale.

E davvero, perchè cadano nell’apatia e nel ridicolo, non è certo l’estrema sinistra che lavora di più. Su questo non cade dubbio.

Il sepolcro è grande. La povera Guardia Nazionale occupa così poco posto!

Note

  1. Quando scrivevo queste chiacchiere, la milizia territoriale che doveva rattoppare il buco fatto nello Statuto colla abolizione della Guardia Nazionale, era un mito. Quel che ora sia, non lo so.
    O. G.