Cenere/Parte II/III

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Parte II - Capitolo III

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Grazia Deledda - Cenere (1929)
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III.


Sì, come si legge nelle vecchie storie romantiche, il dado era gettato. La Questura, dopo la domanda e le indicazioni di Anania, fece ricerca di Rosalia Derios, e verso la fine di marzo informò lo studente che al numero tale di via del Seminario, all’ultimo piano, abitava una donna sarda, affitta-camere, il cui passato e i connotati corrispondevano a quelli di Olì.

Questa signora si chiamava, o si faceva chiamare, Maria Obinu, nativa di Nuoro. Abitava in Roma da quattordici anni, e nei primi tempi aveva vissuto un po’ irregolarmente. Da qualche anno, però, menava vita onesta, — almeno in apparenza, — affittando camere mobiliate e facendo pensione.

Anania non si commosse troppo nel ricevere queste informazioni. I connotati combinavano; egli non ricordava precisamente la fisonomia di sua madre, ma ricordava che ella era alta, coi capelli neri e gli occhi chiari: e la Obinu era alta, coi capelli neri e gli occhi chiari. Inoltre egli sapeva che a Nuoro non esisteva alcuna famiglia Obinu, e che nessuna donna nuorese viveva e affittava camere a Roma. [p. 187 modifica]Evidentemente quindi la Obinu falsava il suo nome e la sua origine....

Tuttavia egli sentì che la donna indicatagli dalla Questura non era, non poteva essere sua madre; questa non viveva a Roma dal momento che la Questura non riusciva a scoprirla. Dopo giorni e mesi di attesa e di ansia, egli provò come un senso di liberazione.

La primavera penetrava anche nel cortile melanconico di piazza della Consolazione, in quell’enorme pozzo giallo esalante odori di vivande, animato dal canto delle serve e dal gorgheggio dei canarini prigionieri. L’aria era tiepida e dolce; sul cielo azzurro passavano nuvolette rosee, e il vento portava fragranze di rose e di viole.

Affacciato alla finestra, Anania si abbandonava ai suoi sogni nostalgici. L’odore delle viole, le nuvole rosee, il tepore della primavera, tutto gli ricordava la terra natia, i vasti orizzonti, le nuvole che dalla finestra della sua cameretta egli vedeva affacciarsi o tramontare fra gli elci dell’Orthobene. Poi ricordava la pineta di monte Urpino, il silenzio delle cime coperte d’asfodeli e di iris violette, il mistero dei viali vigilati dal puro sguardo delle stelle. E la figura diletta di Margherita dominava i freschi paesaggi natii, circondata di asfodeli e di gigli selvatici, coi capelli di rame sfumati nel fulgore del cielo metallico.

La primavera romana non lo commoveva che per le rimembranze: gli sembrava una [p. 188 modifica]primavera artificiale, troppo ardente e luminosa, troppo abbondante di fiori e di profumi. Piazza di Spagna, ornata come un altare, con la scalinata coperta di petali di rose mosse dalla brezza, il Pincio con gli alberi avvolti di fiori violacei, le vie profumate dai cestini di narcisi e di ranuncoli che le fioraie ferme sull’orlo dei marciapiedi, offrivano ai passanti, — tutta questa ostentazione, tutto questo mercato della primavera, dava allo studente l’idea di una festa banale, che a lungo andare rattristava e disgustava.

La primavera palpitava al di là dell’orizzonte; giovinetta selvaggia e pura ella scorrazzava attraverso le tancas coperte d’erbe alte aromatiche e cantava con gli uccelli palustri in riva ai torrenti, e scherzava coi mufloni e con le lepri, fra i ciclamini, sotte le immense quercie sacre ai vecchi pastori della Barbagia, e si addormentava all’ombra delle roccie fiorite di musco, nei voluttuosi meriggi, mentre intorno al suo letto di felci e di pervinche gli insetti dorati ronzavano amandosi, e le api suggevano le rose canine estraendone il miele amaro; amaro e dolce come l’anima sarda.

Anania amava e viveva in questa primavera lontana; seduto accanto alla finestra guardava le nuvolette rosee, e s’immaginava di essere un prigioniero innamorato. Una sonnolenza piacevole gli velava lo spirito, togliendogli la forza e la volontà di pensare a determinate cose.

Le idee venivano e passavano nella sua mente, [p. 189 modifica]— così come le persone passano per la via; lo interessavano per un attimo, ma non si fermavano ed egli le dimenticava subito.

Più che mai amava la solitudine; e persino la presenza del compagno lo irritava, anche perchè il Daga lo derideva continuamente.

— Noi vediamo la vita sotto aspetti ben diversi, — gli diceva, — cioè io la vedo e tu non la vedi. Io sono miope e vedo, attraverso lenti fortissime, le cose e le umane vicende, nitidamente, rimpicciolite; tu sei miope e non possiedi neppure un paio d’occhiali.

Talvolta infatti pareva ad Anania di aver un velo davanti agli occhi; egli viveva di diffidenza e di dolore. Anche la sua passione per Margherita, in fondo, era composta di tristezza e di paura.



Un giorno, agli ultimi di maggio, egli sorprese il compagno stretto in tenero amplesso con la maggiore delle padroncine.

— Sei un bruto, — gli disse con disprezzo. — Non amoreggi anche con l’altra sorella? Perchè ti burli di entrambe?

— Scusami, stupido: son loro che vengono a buttarmisi fra le braccia, le posso respingere? — chiese cinicamente il Daga. — Poichè il mondo è diventato un gambero, profittiamone. Ora son le donne che seducono gli uomini; ed io [p. 190 modifica]sarei più stupido di te se non mi lasciassi sedurre.... fino ad un certo punto....

— Ma perchè certe cose non accadono che a certi tipi? A me no, per esempio.

— Perchè agli asini non può succedere ciò che succede agli uomini: eppoi le nostre soavi padroncine hanno, in fondo, l’onesto desiderio di trovarsi un marito e sanno che tu sei fidanzato.

— Io fidanzato?.... — gridò Anania, — chi lo ha detto?

— Chi lo sa? E di una Margherita, anche, che questa volta, meno male, va gettata ante asino.

— Ti proibisco di ripetere quel nome! — proruppe Anania, andando addosso al Daga. — Capisci, te lo proibisco!

— Abbasso le dita, chè mi cavi gli occhi! Il tuo amore è feroce!

Fremente di collera Anania si mise a impacchettare i suoi libri e le sue carte.

— Ah, — diceva, a denti stretti, — me ne vado subito, subito. Io non so vivere fra gente curiosa e volgare.

— Addio, dunque! — disse Battista, gettandosi sul letto. — Ricordati almeno che nei primi giorni che siamo giunti, se non c’ero io rimanevi vilmente schiacciato da una carrozza.

Anania uscì, col cuore gonfio di fiele: si diresse automaticamente verso il Corso, e quasi senza avvedersene si trovò in via del Seminario. Era un pomeriggio ardente; lo scirocco sbatteva [p. 191 modifica]le tende dei negozi; l’aria odorava di vernici, di droghe e di vivande.

Anania sentiva i suoi nervi fremere come corde metalliche. In via del Seminario passò in mezzo a uno stormo di chierici e di preti dalle mantelline svolazzanti e mormorò dispettosamente:

— Corvi!

A un tratto, accanto a una piccola porta che dava su un andito buio, egli vide un numero, il numero della casa ove abitava Maria Obinu. Entrò, salì all’ultimo piano e suonò.

Una donna alta e pallida, vestita di nero, aprì: egli si turbò, sembrandogli di aver veduto altra volta i grandi occhi verdastri di lei.

— La signora Obinu?

— Sono io, — rispose la donna con voce grave.

— No, — egli pensò, — non è lei; non è la sua voce.

Entrò. La Obinu gli fece attraversare un piccolo vestibolo buio e lo introdusse in un salottino grigio e triste; egli si guardò attorno, vide una testa di cervo e una pelle di muflone attaccate al muro, e immediatamente sentì i suoi dubbi rinascere.

— Vorrei una camera; io sono sardo, studente, — disse, esaminando la donna da capo a piedi.

Ella era pallida e scarna, col collo lungo, il naso affilato quasi trasparente; ma i folti capelli neri, pettinati ancora alla sarda, cioè [p. 192 modifica]a trecce strette appuntate fortemente sulla nuca, le davano un’aria graziosa.

— Lei è sardo? Ho piacere.... — rispose disinvolta. — Adesso non ho camere disponibili, ma se lei può pazientare una quindicina di giorni, ho una signorina inglese che deve partire....

Egli chiese ed ottenne di veder la camera; il letto stava al centro, fra due cataste di libri vecchi e d’oggetti antichi; entro una vasca di gomma, ancora piena d’acqua insaponata, olezzava un fascio di gaggie; dalla finestra si scorgeva un giardinetto melanconico. Sul tavolino Anania vide, fra gli altri, un volumetto che egli amava con passione dolorosa. Erano i versi di Giovanni Cena: Madre.

— Ho bisogno di andar subito via dalla casa dove sto; prenderò questa camera, ma intanto, non potrebbe darmene un’altra, fosse anche un buco?...

Rientrarono nel salottino, ed egli si fermò a guardare la testa imbalsamata del cervo.

— È un ricordo di mio padre, che era cacciatore, — disse la donna, sorridendo con bontà.

— È di Nuoro, lei?

— Sì, ma sono nata là per caso.

— Anch’io sono nato per caso nel villaggio di Fonni, — egli disse, guardandola in viso.

— Sì, sono nato a Fonni; mi chiamo Anania Atonzu Derios.

Ella non battè palpebra.

— No, non è lei! — egli pensò, e si sentì felice. [p. 193 modifica]

— Per questi quindici giorni le darò la mia camera, — disse finalmente la Obinu, cedendo alle insistenze di lui, ed egli accettò.

La cameretta pareva la cella d’una monaca; il lettino candido, odorante di spigo, ricordava i semplici giacigli di certe patriarcali abitazioni sarde. E come in quelle abitazioni, Maria Obinu aveva appeso lungo le pareti grigie della sua camera una fila di quadretti e di immagini sacre; tre ceri, poi, e tre crocefissi, un ramo d’olivo e un rosario che pareva di confetti, pendevano in capo al letto; in un angolo ardeva una lampadina davanti ad una immagine dove le Sante Anime del Purgatorio, tinte di livido da un lapis turchino, pregavano tra fiamme insanguinate da un lapis rosso.

Anania prese possesso della camera, e ben presto fu riassalito dai suoi dubbi.

Perchè la Obinu gli cedeva la sua camera? perchè si mostrava così premurosa con lui?

Mentre egli metteva a posto i suoi libri, Maria bussò e, senza avanzare, gli domandò se desiderava che la lampadina delle «Sante Anime» venisse spenta.

— No, — egli rispose con voce forte, — venga avanti, anzi, che le faccio vedere una cosa.

Ella entrò, pallida, sorridente; pareva avesse sempre conosciuto il suo inquilino e gli volesse bene.

Egli teneva fra le mani uno strano oggetto, un sacchettino di stoffa unta, attaccato ad una [p. 194 modifica]catenina annerita dal tempo. Disse, mettendosi l’amuleto al collo:

— Veda, anche io sono devoto. Questa è la ricetta di San Giovanni, che allontana le tentazioni.

La donna guardava. Improvvisamente cessò di sorridere, ed Anania sentì il suo cuore battere forte.

— Lei non crede a queste cose? — domandò Maria. — Ebbene, se non ci crede, almeno non se ne burli. Sono cose sacrosante.



Steso sul lettino odorante di spigo, Anania pensava continuamente al suo segreto.

.... E se Maria Obinu era Olì? Se era lei? Così vicina e così lontana! Qual filo misterioso lo aveva condotto fino a lei, fino al guanciale su cui ella doveva qualche volta piangere ricordando il figliuolo abbandonato? Che strana cosa la vita!

Egli era dunque giunto così al suo destino, solo per forza di una volontà misteriosa che lo aveva guidato quasi a sua insaputa. Ma non era pazzo, dunque? Che sciocchezze, che puerilità! No, non era lei, non poteva esser lei. Ma se lo era? Se ella già sapeva di essere vicina a suo figlio, mentre egli si dibatteva nel dubbio? [p. 195 modifica]

No, non poteva essere lei. Una madre non può non tradirsi, non può non gridare nel rivedere suo figlio. Era assurdo. — Sciocchezze, idee convenzionali. Una donna sa dominarsi anche fra le più violenti emozioni. Essa, poi, che aveva abbandonato e buttato via la sua creatura! Appunto per questo doveva tradirsi, gridare, sussultare. Una madre è sempre una madre. Eppoi Olì, una selvaggia, una semplice figlia della natura, non poteva aver assimilato la perfidia delle donne di città, tanto da fingere come una commediante, da sapersi dominare così! Impossibile. Era assurdo. Maria Obinu era Maria Obinu simpatica donna, mite e incosciente, che aveva avuto la fortuna più che la forza, di emendarsi. Non poteva esser lei.

Ma intanto egli ricordava la prima notte passata a Nuoro e il bacio furtivo di suo padre, e di momento in momento aspettava che l’uscio s’aprisse, e un’ombra si avanzasse, nel chiarore della lampadina, e un bacio rivelatore gli sfiorasse la fronte!...

— E se ciò fosse.... che farei io? — si chiedeva trepidando.

I rumori della città si affievolivano, s’allontanavano, quasi ritirandosi anch’essi, stanchi, verso un luogo di riposo. Anania sentì rientrare i tardivi inquilini, poi tutto fu silenzio, nella casa, nella via, nella città. Ed egli vegliava ancora! Ah, forse quella lampadina?...

— Ora la spengo.... — Si alzò. Un rumore, un [p. 196 modifica]fruscio.... È l’uscio che si apre? Oh, Dio! Egli si gettò nuovamente sul letto, chiuse gli occhi e attese. Il cuore e la gola gli pulsavano febbrilmente.

Ma l’uscio rimase chiuso, ed egli si calmò e rise di sè. Però non spense la lampadina.