I naufraghi del Poplador/20. Le isole del Grand'Oceano

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20. Le isole del Grand'Oceano

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Emilio Salgari - I naufraghi del Poplador (1895)
20. Le isole del Grand'Oceano
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20.

LE ISOLE DEL GRAND'OCEANO


Ben presto un odore appetitoso salì nell'aria, aguzzando straordinariamente la fame dei tre marinai.

— Che festa, corpo di una spingarda! — esclamò Michele. — Cospettaccio! è un pranzo principesco, questo! Peccato che non ci sia anche una dozzina di costolette di maiale.

— Domani ve le offrirò, tenente — disse don Pablo.

— Faremo una corsa nei boschi?

— Bisogna approvvigionare il gran canotto. Volete mangiare sempre carne di squalo?

— Pensate forse di lasciare questo paradiso?

— No, ma di costeggiare l'isola sì. Volete restare qui in eterno?

— Ma sapete voi dove siamo?

— No di certo, ma forse quest'isola può essere abitata da buone persone.

— Ebbene, gireremo quest'isola.

— Attrezzeremo però il canotto — disse Josè. — Il legname qui non manca, e non sarà quindi difficile rizzare un bell'albero. Le nostre coperte serviranno per la velatura.

— S'intende — disse Michele.

Dopo qualche ora, mastro Josè, che sorvegliava l'arrosto, annunciò che il pranzo era pronto. Si sedettero tutti e tre per terra, coi fucili però a portata delle mani, e assalirono vigorosamente gli uccelli che erano davvero eccellenti e le fette di artocarpo che rammentavano il sapore squisito dei carciofi.

— Buono! Buono! — esclamava Michele, che aveva sempre la bocca piena. — Se avessi un pranzo così squisito ogni giorno, mi stabilirei per sempre in questa magnifica isola.

— Per farvi mangiare dai selvaggi — disse Josè.

— Ma chi ti dice che quest'isola sia abitata? Ve ne sono moltissime del Grand'Oceano che sono affatto deserte.

— E come mai ciò?

— Forse perché non sono ancora conosciute dai polinesiani e forse perché sprovviste d'acqua — disse don Pablo.

— Ma ditemi, capitano, — chiese Josè. — È vero che le isole del Grand'Oceano crescono di numero?

— Verissimo.

— Ma chi le costruisce? Forse che dei vulcani sottomarini le spingono fuori dell'acqua?

— No, Josè. I costruttori di queste nuove isole sono esseri lunghi appena pochi pollici, chiamati polipi; i quali riescono a formare costruzioni così massicce, che sfidano senza oscillare le più tremende ire del Grand'Oceano.

— E ne costruiscono molte?

— Moltissime e continuano.

— Verrà allora un giorno che il Pacifico non sarà più navigabile? — disse Michele.

— Un tempo si è creduto a questo, tenente, ma oggi tale credenza non esiste più, giacché è stato osservato che i polipi non possono sopportare pressioni troppo enormi. Come vorreste voi supporre che simili esseri possano vivere a dieci, a dodici, a quindicimila metri di profondità? E simili baratri il Grand'Oceano ne ha, e non pochi. Aggiungete poi che i polipi non possono svilupparsi che sotto il calore e la luce del sole.

— Queste isole allora dovrebbero innalzarsi solamente nei bassifondi. Ma è stato osservato, capitano, che talune, anzi le più, hanno la loro base a mille, a duemila, a cinquemila e più metri.

— Ciò è vero, tenente.

— E allora?...

— Dovete sapere, tenente, che il Grande Oceano ha nel suo seno una moltitudine di picchi e di vulcani spenti, molto probabilmente appartenenti ad un grande continente subissatosi in remotissimi tempi in causa di chi sa mai quale spaventevole cataclisma. I polipi, i quali, come dissi, non possono svilupparsi a molta profondità, coronano queste rupi e questi vulcani e cominciano le loro costruzioni. Ecco perché la maggior parte di tali isole hanno la loro base a mille, a duemila e persine a cinquemila metri di profondità. Ed infatti è stato osservato che dette isole hanno la stessa forma del picco o del vulcano su cui posano. Non ne avete visto voi alcune che hanno una forma circolare e che nel loro interno hanno un piccolo porto o un laghetto?

— Sì, capitano.

— Quelle isole poggiano sulla cima di un vulcano spento.

— E a quale profondità possono svilupparsi questi meravigliosi costruttori?

— A venticinque o trenta piedi, dicono taluni scienziati, ed a mille e anche a milleduecento dicono altri.

— Capitano, perché questi polipi si trovano solamente nel Grand'Oceano? — chiese Josè.

— Perché il fondo del Grand'Oceano si presta meglio di qualunque altro per tali costruzioni. Non credere però che i polipi costruiscano dappertutto; man mano che si allontanano dalla linea equatoriale diventano meno numerosi e finiscono collo scomparire.

— Capitano, — chiese Michele, — perché non si trovano nelle isole dove scorre qualche fiume?

— Perché tal genere di polipi non può vivere ove l'acqua marina è mescolata colla dolce. Per venticinque leghe dinanzi la foce di un fiume voi non trovereste un solo di quei piccoli costruttori. Aggiungo poi, che facendo i fiumi, dove sboccano, una profonda fessura, i polipi non potrebbero ammonticchiarvisi per mancanza di una base.

— Ma le isole così costruite rimarranno sempre sterili — disse Josè.

— No — rispose don Pablo. — A poco a poco nascono gli alberi poi vengono gli uccelli e finalmente gli uomini.

— Ma come si compie questa meravigliosa trasformazione?

— Ascoltami bene, Josè. Come ho detto, i polipi si piantano sulla cima di una roccia, di una montagna o di un vulcano spento che sia vicino alla superficie dell'oceano. Colà si stringono per non venire portati via dalle onde e si moltiplicano straordinariamente. I vecchi muoiono e le loro spoglie, che sono molto resistenti e di natura calcarea, servono di base ai figli i quali, morendo alla loro volta, formano un altro strato e così via via, finché gli strati giungono a fior d'acqua. Allora i polipi si arrestano, taluni però, dotati forse di maggior vitalità, continuano a costruire e alzano l'isolotto fuori dal mare nutrendosi della spuma delle onde.

— Benissimo — disse Josè, che non perdeva una sillaba. — E poi?

— Ecco cosa succede. Quelle punte, quelle sporgenze, quei ramoscelli che formano l'isola, al contatto dell'aria, del sole e sotto le piogge, a poco a poco si decompongono e formano una specie di terriccio che viene arricchito dagli escrementi degli uccelli marini e dai cadaveri dei pesci che le onde colà spingono. Passano degli anni, forse molti anni, poi dei semi portati da qualche tremendo turbine e fors'anche dagli uccelli, cadranno. Ed ecco lo scoglio coperto di terra, di vegetazione e di volatili.

— È meraviglioso! — esclamò Josè. — E gli uomini?

— Tu sai che i polinesiani sono arditi marinai e che con delle piroghe intraprendono grandi viaggi. Una tempesta trascina sull'isoletta una piroga e la spezza contro i frangenti. Gli uomini si salvano, trovano alberi ed uccelli e abitano quel nuovo brano di terra. Ecco adunque l'isola abitata.

— Ma gli animali?

— Li portano i polinesiani o gli sbarcano i balenieri.

— Le isole costruite dai polipi sono molte?

— Moltissime, e secondo alcuni distinti geografi e geologi raggiungono la non piccola superficie di duemilacinquecento leghe quadrate. Ed ora, amici cari, entriamo nel canotto e facciamo una dormita. Domani faremo una passeggiata un po' più lunga nei boschi.

Spensero il fuoco, affinchè non attirasse l'attenzione di qualche selvaggio, non essendo ben certi se l'isola era deserta e salirono nel canotto allontanandolo un po' dalla riva.

La notte passò tranquillissima; nessun rumore, eccettuato il frangersi delle onde contro le scogliere, e nessuna comparsa di selvaggi.

Ai primi albori don Pablo e i suoi compagni, dopo una discreta colazione, scendevano a terra coi loro fucili e una buona provvista di piombo e polvere. Stettero un istante in ascolto, diedero un lungo sguardo al mare, un altro alle spiagge, poi si cacciarono sotto i boschi.

— Attenti ai maiali — disse Michele. — Questa sera io voglio mangiare delle costolette.

Avevano percorso un centinaio di passi quando il capitano, che camminava alla testa, si fermò.

— Cosa avete visto? — chiese Michele raggiungendolo. — Un antropofago forse?

— No, Michele, dei moscerini.

— Dei moscerini!... E avete paura?...

— Questi qui sono pericolosi molto. Le loro punture formano delle piaghe dolorosissime e che difficilmente guariscono.

Così dicendo don Pablo mostrò ai compagni uno sciame di piccolissimi insetti che brillavano ai raggi del sole come tanti rubini.

— Come si chiamano? — chiese Josè.

— Gli abitanti delle isole Marchesi li chiamano nono e gli inglesi sandfly. Si dice che nascono al mattino e che muoiono la sera.

— Siete stato alle isole Marchesi, capitano?

— Sì, Michele, e parecchie volte. Ma allora ero un giovanetto.

— Mangiavano carne umana gli abitanti?

— Tutti lo dicevano. Andiamo avanti, tenente.

Man mano che si avanzavano, la foresta diventava sempre più fitta, rendendo assai difficile la marcia. Dappertutto si vedevano mori papiriferi, belle piante che si espandono con una rapidità straordinaria in tutte le isole polinesiane, somiglianti ai gelsi neri e della cui corteccia i selvaggi si servono per fabbricare una specie di stoffa detta tapa. Poi moltissimi fichi baniani, veramente giganteschi, che intrecciavano i loro rami colle piante vicine così strettamente da impedire al sole di penetrare; poi cocchi, artocarpi, molte aleurites trilobata delle cui noci si servono gli artisti polinesiani pei tatuaggi, e finalmente gran numero di spondia titerea, belle piante cariche di certe frutta somiglianti alle mele d'Europa, ma più tenere e più saporite.

In mezzo a quella lussureggiante vegetazione svolazzavano a stormi, e senza spaventarsi della presenza dei cacciatori, cuculi, colombi, pivieri, upe e molti altri uccelli che don Pablo non conosceva.

— Attenzione, Michele — gridò ad un tratto il capitano, gettandosi bruscamente dietro il tronco di un albero.

— Avete visto un selvaggio?

— Un branco di porci, tenente.

— Ci sono delle costolette!... Cerchiamo di fare un bel colpo. Dove sono?

— Laggiù, in mezzo a quel cespuglio. Avanti e silenzio!

Si gettarono tutti e tre a terra e si misero a strisciare verso il cespuglio senza far rumore, tenendosi nascosti dietro i tronchi degli alberi. Attraverso il fogliame scorgevansi chiaramente i porci che saltellavano con tutta sicurezza.

Giunti a trenta passi dal cespuglio, i cacciatori spianarono le armi e fecero fuoco. Il branco fuggì in tutte le direzioni, ma due animali rimasero sul terreno dibattendosi fra le strette dell'agonia.

— Bei colpi! — gridò Michele, precipitandosi innanzi seguito dai compagni.

— Mi sembra già di gustare delle costolette — disse Josè.

I due porci in pochi istanti cessarono di dibattersi. Erano piccoli, somiglianti un po' a quelli d'America e ben grassi. Dovevano pesare un trentacinque o quaranta libbre ciascuno.

— Come li cucineremo? — chiese Michele.

— Alla polinesiana — disse don Pablo.

— Toh! Hanno una cucina propria i polinesiani?

— Sì, tenente, ed eccellente. Bisognerebbe però che questi porci fossero vivi.

— Perché, capitano?

— Per ucciderli col sistema polinesiano.

— E come?

— Con un bel laccio al collo, dopo però aver turato l'ano alla vittima onde non penetri l'aria.

— Li mangeremo lo stesso, don Pablo. All'opera, che comincio ad aver fame. Noi vi aiuteremo.

Don Pablo si mise al lavoro. Col coltello scavò una fossa, vi accese dentro un bel fuoco e quando la legna fu consumata gettò il porco destinato pel pranzo sui carboni ardenti, mantenendovelo finché ebbe il pelo interamente abbruciato.

— È anche questo un processo polinesiano? — chiese Michele.

— Sì, tenente, ed è molto economico — rispose don Pablo.

Levato il porco e trascinatolo presso una pozza d'acqua, lo pulì con un vigoroso stropicciamento, adoperando terra e pezzi di corteccia, poi lo sventrò lavandolo per bene anche internamente.

— Ora prepariamo il forno — disse, quand'ebbe terminato.

Accese un altro fuoco, gettandovi in mezzo quante pietre potè trovare, poi, quando furono infocate, empì di queste il ventre del porco. Terminata questa operazione, fece scavare un'ampia buca, vi mise dentro la selvaggina avviluppandola con grandi foglie e la coprì con altre pietre calde e con terra ben battuta.

Due ore dopo l'arrosto veniva ritirato cotto appuntino. I tre cacciatori, stimolati dal delizioso profumo che esalava, lo fecero a pezzi e si misero a divorare le parti più delicate che ad unanimità furono dichiarate squisite.

Terminato il pasto, si sdraiarono sotto un fico baniano per riposarsi un po'. Alle quattro del pomeriggio, raccolti gli avanzi dell'arrosto e appeso l'altro porco ad un solido ramo, si rimettevano in cammino inoltrandosi sempre più nell'isola.

Al tramonto s'accampavano in mezzo ad una piccola radura, a sei miglia dal Grand'Oceano.