Il Re della Prateria/Parte prima/12. Il cacciatore di prateria

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Emilio Salgari - Il Re della Prateria (1896)
Parte prima - 12. Il cacciatore di prateria
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12.

IL CACCIATORE DI PRATERIA


L'uomo apparso, poteva avere trentacinque o trentasei anni. Era di statura bassa, tarchiato, di un colore assai abbronzato, ed aveva i capelli lunghi e neri come l'ala d'un corvo; la barba pure lunga e fuligginosa.

Il suo vestito aveva del messicano e del cacciatore di prateria. Portava sul capo un ampio sombrero, adorno d'un gallone dorato; una casacca di velluto, corta e ricca di bottoni d'oro, stretta ai fianchi da una fascia rossa, gli copriva il dorso, mentre i pantaloni sparivano entro certe uose ricamate, che dagli indiani vengono chiamate mokassini.

Si gettò ad armacollo la carabina che teneva in mano, e si levò il sombrero salutando cortesemente il capitano e i suoi marinai con un:

Buenos dias, caballeros.

Poi abbracciò con effusione il signor di Chivry, che era balzato sulla riva, dicendogli:

– T'aspetto da una settimana.

– Ti sei impazientito?

– Ah no! Anzi non speravo di vederti così presto. È riuscito il colpo? [p. 97 modifica]

– Il marchesino è nella baleniera.

– Legato? – chiese il messicano, aggrottando la fronte.

– No, ma dorme e non si sveglierà prima di un'ora.

Ramieroz s'avvicinò all'imbarcazione e contemplò per alcuni istanti, e con vivo interesse, Almeida.

– Grazie, di Chivry – disse poi. – Spero che il capo sarà contento.

– Quale capo? – chiese il barone.

Il messicano si mise un dito sulle labbra, per invitarlo a tacere, poi disse:

– Sono cose che non ti riguardano.

Indi volgendosi verso Nunez che ascoltava attentamente i loro discorsi:

– Favorite seguirmi, señor...

– Fernando Nunez, capitano del brick l'Albatros – disse il barone.

Il messicano s'inchinò cortesemente dinanzi al negriero porgendogli la destra, poi continuò:

– Credo che sarete stanchi e gradirete un po' di riposo nella mia povera capanna.

– Devo far portare il marchese? – chiese Nunez.

– È inutile – rispose il messicano.

Accostò alle labbra un fischietto ed emise tre note acute.

Poco dopo quattro indiani di statura quasi gigantesca, col capo adorno di piume, i calzoni tagliati, aperti all'estremità inferiore e ornati di certe frange nere che si sarebbero scambiate per ciuffi di capelli umani, uscirono dalla macchia, entro la quale pareva che si tenessero imboscati, armati di fucili e di quelle formidabili scuri che si chiamano tomahawaks.

– Khiovara, – disse il messicano, volgendosi verso quello che pareva il più vecchio, – prendi quel giovanotto e fallo trasportare nella capanna coi dovuti riguardi. È l'uomo che il capo aspetta.

L'indiano fece un cenno affermativo e s'avvicinò alla baleniera, sollevando delicatamente il giovane marchese che dormiva ancora. [p. 98 modifica]

– Seguitemi, caballeros – disse il messicano rivolgendosi a Nunez e ai due marinai.

Salì la sponda accompagnato dal barone, entrò nella macchia di felci, e fatti dugento passi, si fermò dinanzi ad una capanna, che pareva costruita di recente, dinanzi alla quale pascolavano sei bellissimi cavalli, sei veri mustani, cavalli selvaggi delle praterie messicane, dalle gambe secche e nervose, la testa leggera, la statura piuttosto bassa, come sono, in generale, tutti quelli che scorrazzano le immense praterie del territorio indiano, del Texas, dell'Arizona e dell'Arkansas.

– Entrate, caballeros – disse. – Non vi offro che un ricovero contro i raggi del sole, un povero abituro costruito alla meglio, mancante di ogni comodità; ma vi troverete qualche bottiglia di mezcal, dei sigari e delle costolette d'antilope abbastanza succulenti.

– Noi non domandiamo di più; señor Ramieroz – disse il capitano.

La capanna era quasi vuota. Non si trovavano nell'interno che le bardature dei sei cavalli, due sgabelli costruiti coi rami degli alberi, un'amaca e un piccolo forno dove stavano cuocendo alcune tortillas, specie di focacce fatte col maiz e che sono molto in uso nel Messico, anzi si può dire che tengono il posto del pane. [p. 99 modifica]

Il messicano distese per terra il suo serapé di mille colori, invitò gli ospiti a sedervisi attorno, e servì le costolette e le tortillas, unendovi due bottiglie di mezcal, specie di acquavite che si estrae dalle radici dell'agave, e un pacco di deliziosi sigari.

– Dunque, – riprese mentre il barone e i tre negrieri lavoravano di denti, – il colpo è riuscito bene?

– Sì, ma per poco non siamo stati appiccati, mio caro Ramieroz – rispose di Chivry.

– Si sono accorti del rapimento, i parenti del marchesino?

– Nel momento no, ma più tardi di certo.

– Che abbia dei sospetti suo zio?

– Non lo credo.

– Non ti ha veduto?

– No.

– Ne sei certo?

– Certissimo, poiché egli dormiva quando rapii il marchesino.

– Il capo sarà doppiamente contento.

– Ma quale capo? Ti spiegherai almeno una volta?

– Non posso, di Chivry.

– Ma cosa si vuol fare del marchesino?

– Lo ignoro.

– E chi è che ti ha incaricato di farlo rapire?

– Il capo indiano.

– Non riuscirò mai a capir nulla.

– Lo credo – disse il messicano sorridendo.

– Che voglia vendicarsi dei Mendoza-Araniuez?

– Tutt'altro!

– Conosce almeno Almeida?

– L'ha veduto molti anni fa, quando il marchesino era piccolo, quasi un bambino.

– Forse un tempo è stato al Brasile il tuo capo?

– È possibile.

– Che sia un parente dei Mendoza?

– Non lo so.

– È vecchio il capo?

– No, ma credo che non vivrà molto. [p. 100 modifica]

– È egli ammalato?

– Una ferita incurabile, ricevuta in un combattimento, lo ha ridotto a mal partito. Forse non rivedrà la stagione delle frutta abbruciate.1

– Che abbia da fare qualche importante comunicazione al marchesino Almeida, prima di morire?

– Può essere.

– Oppure che abbia dei torti da riparare?...

Il messicano guardò fisso il barone, con una specie di stupore e di malcontento.

– Tu sai forse qualche cosa? – gli chiese

– Nulla di positivo, ma ho qualche sospetto.

– E quale sospetto?

– Che il tuo capo non sia un indiano e che un tempo abbia avuto delle intime relazioni coi Mendoza-Araniuez.

– Non posso dirti né sì, né no.

– Sarà un giorno contento Almeida, di essere stato rapito? Non vorrei avere dei rimorsi.

– Non ti maledirà, di Chivry, anzi ti benedirà.

Poi cambiando bruscamente tono, chiese:

– È vero che i Mendoza-Araniuez sono rovinati?

– Non possiedono che una fattoria con poche piantagioni – disse di Chivry.

– Temo che ne abbiano ben pochi.

– Ed un tempo erano ricchissimi?

– Possedevano immense fazendas, migliaia di schiavi e milioni di scudi.

– Ah! E chi li rovinò?

– Un figlio del marchese Mendoza, uno scapestrato, un uomo che avrebbe sciupato tutto il tesoro del governo brasiliano, se l'avesse avuto.

– Un fratello di Almeida?

– Sì, ma nato da un'altra madre.

– È morto quel dilapidatore?

– Nessuno lo sa. [p. 101 modifica]

Il messicano rimase silenzioso alcuni momenti, poi disse, ma come parlando a se stesso:

– Chissà che un giorno i Mendoza non tornino ricchi.

– Dimmi, Ramieroz – riprese il barone accendendo un sigaro. – Ritornerà più nel Brasile, il marchesino?

– Forse.

– Perché forse?

– È tornato il capo? Eppure avrebbe riveduto ben volentieri quei luoghi.

– Ma chi glielo impediva?

– Gl'indiani rispettano molto i loro capi, ma non li lasciano abbandonare la loro tribù.

– Ma di quali indiani intendi parlare?

– Gli apaches del capo Grand'Aquila.

– Dove abitano queste pellirosse?

– Fra il Rio Chelle e la Sierra Carriso.

– Avete un bel tratto da percorrere.

– Bah! I nostri mustani sono solidi e corrono come il vento – disse il messicano.

– Quando parti?

– Fra un'ora.

– Ma Almeida non si sveglierà prima di stasera.

– Meglio così. E tu ritorni nelle praterie del Texas?

– No, ritorno in patria – rispose il barone. – Ormai ho abbastanza da vivere senza continuare l'errante vita dello scorridore. Sono vent'anni che non rivedo il mio paese e voglio andare a morire nel mio vecchio castello, se ancora rimane in piedi.

– Allora separiamoci. Ho fretta di ripartire e di rivedere il gran capo.

Si alzò, andò a frugare in un angolo della capanna e ritornò portando due grosse bisacce.

– Queste sono le trentamila piastre che noi vi dobbiamo – disse rivolgendosi verso il capitano Nunez. – Questo è il tuo oro... – disse consegnando la seconda bisaccia al barone. – Ed ora partite, e ricevete i ringraziamenti del capo Grand'Aquila.

I negrieri e il barone vuotarono un ultimo bicchiere di mezcal [p. 102 modifica]e uscirono accompagnati dal messicano. Al di fuori trovarono i quattro indiani accoccolati intorno al marchesino, il quale era stato deposto su di una ricca coperta, sospesa come un'amaca fra due rami di un albero.

– Quando si sveglierà gli porgerai i miei saluti – disse il barone al messicano. – Gli accoglierà male, ma speriamo che un giorno mi perdoni di averlo rapito e che si ricordi, senza rancore, di me.

Scesero la riva, dopo d'aver attraversata la macchia, e s'imbarcarono.

– Addio, Ramieroz – disse di Chivry, con voce commossa. – Se non ci rivedremo più mai, ricordati qualche volta del tuo vecchio amico.

– Spero di rivederti nella grande prateria – disse il messicano. – La patria è bella ma la prateria sconfinata è migliore.

Strinse la mano a tutti, augurò il buon viaggio, poi risalì la sponda e scomparve nella macchia.

– Partiamo – disse di Chivry, che era diventato triste.

– Spiegate la randa – disse Nunez.

I due marinai sciolsero le vele, e la rapida baleniera prese il largo scendendo la corrente del San Fernando, la quale calava assieme alla marea.

In lontananza si udì ancora la voce del messicano che cantava:

Cabalga, cabalga el conde,
La condessa en grupas va
Y á su castillo...2

Poi tutto rientrò nel silenzio, mentre il barone diventava maggiormente triste.

La baleniera, che filava come una freccia, uscì dalla foce e si slanciò sul braccio di mare che mette nella grande laguna. Il vento, che era girato all'ovest, gonfiava la randa e i flocchi, spingendola [p. 103 modifica]sempre più rapidamente verso l'oriente. Anche Nunez, contro il suo solito, si manteneva taciturno e pareva preoccupato. A che cosa pensava egli? Aveva qualche presentimento, o il suo pensiero correva al suo brick e alla goletta inglese?

Quel silenzio durava da un'ora, quando il barone che si era assiso a timone, lo ruppe dicendo:

– Mi sembrate pensieroso, capitano.

– Infatti, – rispose il negriero, – io non so se sia l'aria pestifera di questa laguna, o la separazione poco fa avvenuta, o la tristezza che vedo sul vostro viso, sono diventato di cattivo umore.

– Avete forse ancora qualche presentimento?

– Può darsi – rispose il capitano dopo alcuni istanti.

– E quale mai?

– Che questo debba essere il mio ultimo viaggio.

– Strana coincidenza! – esclamò di Chivry.

– Perché dite ciò?

– Perché poco fa, mentre parlavo di ritornarmene in patria, ho avuto l'istesso presentimento.

Carramba! – esclamò Nunez. – Che siamo votati alla morte? Toh! Mi torna sempre alla memoria quella dannata goletta!...

– Forse siamo pazzi tutti e due. Devono essere, come avete detto voi poco fa, le esalazioni malsane di questa laguna, che ci rendono di cattivo umore.

– Speriamo che sia proprio così.

Ricaddero entrambi nelle loro inquietudini, e non parlarono più.

Venuta la sera, la baleniera fece una breve sosta presso la costa messicana per dare un po' di riposo ai due marinai, che cadevano dal sonno; ma verso la mezzanotte, riprendeva la navigazione con una splendida luna, che faceva scintillare vagamente le acque della grande laguna.

Il giorno dopo, un'ora prima del calar del sole, la baleniera giungeva al passo di Corpus Christi. Nunez, che era impaziente di aver notizie del suo Albatros, scaricò parecchi colpi di carabina. Poco dopo in lontananza, verso il mare, si udì una scarica.

– L'Albatros ci aspetta! – disse, respirando come se gli avessero levato di sul petto un gran peso che l'opprimeva. [p. 104 modifica]

– Che abbia arruolato i marinai? – chiese il barone.

– Senza dubbio; in caso diverso Mumbai non sarebbe qui.

Quando il sole scomparve dietro l'orizzonte, la baleniera era in vista del golfo.

Aguzzando gli occhi, il barone e i negrieri scorsero al di là della barra una massa nera, che spiccava nettamente sul fondo ancora rosseggiante del cielo.

– Dio sia ringraziato! – disse lo spagnolo.

Pochi minuti dopo abbordavano l'Albatros, sul cui ponte, in cima della scala, li attendeva il gigantesco Mumbai.


Note

  1. La stagione delle frutta abbruciate corrisponde ai mesi caldi.
  2. Ecco il conte cavalca cavalca / La contessa recando in groppa / E al castello suo...