Novellette e racconti/LXXVI. Fantasia di un pazzo

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LXXVI. Fantasia di un pazzo

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Gasparo Gozzi - Novellette e racconti (1841)
LXXVI. Fantasia di un pazzo
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LXXVI.


Fantasia di un pazzo.


. . . Animae, quibus altera fato
Corpora debentur, Lethaei fluminis undae
Securos latices et longa oblivia potans.
                                                      Virgil.

. . . L’anime, a cui dovuti
Sono altri corpi, al fiume Lete accolte
Beon dimenticanze e lunghi obblii
Dell’altra vita.



Il più bel pazzo ch’io conoscessi a’ miei dì è un certo Nardo che fu già calzolajo di professione, e al presente è uscito del cervello, per aver tralasciato di cucir suole e tomaje, ed essersi dato allo studio. Non credo in vita mia d’avere udite le più solenni bestialità di quelle ch’egli dice. Domandai a’ suoi di casa quai libri egli fosse accostumato a leggere, e m’arrecarono innanzi uno squarcio tutto logoro e lacerato, di forse dieci o dodici carte il più, che conteneva un pezzo verso la fine del Dialogo decimo della Repubblica di Platone. Vedi s’egli avea dato in cosa da impazzare. Tutti i suoi ragionamenti non sono altro che a migliaja di tramutazioni della sua vita. Egli è uno de’ maggiori diletti del mondo ad udirlo a dire ch’egli avea già un segreto di non so quai versi, e che quando gli dicea, l’anima sua usciva fuori del corpo, e andava aggirandosi invisibile dovunque egli volea. Che un tempo fu principe nel Mogol, e che avendo conferito ad un cortigiano, molto suo amico ’l segreto suo, e pregatolo che gli custodisse il corpo vôto, mentre ch’egli andava svolazzando qua e colà in ispirito, il cortegiano gliel’avea accoccata; perchè un dì standosi alla custodia delle sue membra vacue, gli venne in animo di recitare i versi, e incontanente uscì fuori del corpo anch’egli, ed eutrò nel principe, e, posto mano a [p. 140 modifica]un certo coltellaccio ch’egli avea, tagliò di subito il capo al proprio corpo che avea lasciato in terra; ondè il principe ritornato, non sapendo più dov’entrare per allora, s’allogò in un pappagallo d’una signora ch’era morto quel giorno. Vi so io dire che in casa della signora, dove fu pappagallo, egli spiò di belle cose, e ne dice di quelle ch’io non potrei pubblicare. Ma perchè, essendo anche pappagallo, non avea perduta la malizia dell’uomo, egli facea anche un peggiore ufficio, cioè quello di notare i fatti di lei, e per dispetto di vederla ad ingannare ora questo, ora quello, avvisava gl’innamorati delle sue maccatelle; tanto che quella casa n’andava tutta a romore. Se non che avvedutasi la padrona un giorno della sua mala lingua, la gli si avventò alla gabbia con tanta furia, deliberata di rompergli il collo, che s’egli non avesse in fretta in fretta detti i suoi versi, sarebbe rimaso morto. Uscito di pappagallo, volò in ispirito fuori d’una finestra, e, non trovando meglio, s’allogò nelle membra d’una castalda morta, che avea fatto impazzare il marito, il quale fu per impiccarsi quando la vide risuscitata. E così di tempo in tempo vivificò diversi corpi; e ora afferma che non sa come gli sien usciti di mente i versi; e piange amaramente d’aver infine a morire.

Non è però questa la sola pazzia ch’egli dice, ma un’altra non minore. Io credo certamente ch’egli abbia così dato nelle girelle, fantasticando sopra quello squarcio di Piatone, dove il Filosofo racconta quella favola egiziana delle tramutazioni degli spiriti dall’un corpo all’altro. Pitagora e altri valentuomini antichi, i quali non aveano la guida del lume maggiore, innamorati dell’attrattive della virtù, e volendo confermarla tra gli uomini, l’ajutavano con tale invenzione; e significando che un uomo nella sua seconda vita verrebbe premiato del suo bene operare, o del male gastigato, affermavano che l’anima dell’uomo dabbene sarebbe passata a vivere nel corpo d’un re, d’un principe o d’altro personaggio qualificato o fortunato, e quella del malvagio sarebbe [p. 141 modifica]stata condannata a far tela in un ragnatelo, ad andar saltelloni per un orto in una lucertola, o in altro peggiore e più schifoso animalaccio. Ma, per tornare al calzolajo e alla sua pazzia, egli cominciò a dire, ch’egli era stato in luogo dove si tramutano le vite, e che si ricordava benissimo ogni cosa; di che pregandolo io che mi narrasse tutto quello che se ne ricordava, cominciò a parlare in questa forma:

Tu dei sapere che due mila anni fa io fui un cerio Aro Ermeno, e che morii in una battaglia; onde discesi in un bellissimo prato, dov’io ritrovai molti ch’io avea conosciuti al mondo uomini e donne, i quali mi si fecero incontra; ma volendogli io abbracciare, mi parea di toccar nebbia e fumo. Mentre che mi correvano tutti intorno a chiedermi novelle di costassù, come a colui che v’era andato di fresco, io udii suonare una tromba, e appresso una voce gridava: O tutti voi, che siete qua e colà per lo prato dispersi, raccoglietevi dove udite il suono, imperciocchè fra poco dovete scegliere novello corpo, e andar a popolare il mondo. Ti dirò il vero, che non mi dispiacque punto lo intendere questa novità; perchè, quantunque il luogo fosse bello a vedersi, mi parea che vi regnasse una certa malinconia e taciturnità universale che non mi dava nell’umore. E tanto più l’ebbi caro, perch’io avea udito che ognuno si potea eleggere il corpo a modo suo, ed entrare dov’egli avesse voluto.

Di là a non molto tempo io vidi apparire una donna con un ordigno che aggirava certe infinite mìgliaja di fusa, e un’altra che avea nelle mani un bossolo, e tuttaddue mostravano nelle grinze della faccia d’avere più centinaja anzi migliaja d’anni. La seconda, poste le mani nel bossolo, ne trasse fuori certe cartucce, dov’erano, come di poi vidi, segnati certi numeri, e le lanciò in aria, che pareano un nuvolo; donde poi cadendo disperse, a chi ne toccò, addosso una, a chi un’altra, tanto che ogni spirito ebbe la sua, e conobbe al numero che gli era tocco, s’egli dovea essere il primo, il secondo o il terzo ad eleggere il [p. 142 modifica]novello corpo. Appresso io vidi apparire sopra il terreno, e non so come, delineata ogni qualità di vita, tanto che ognuno potea vedere ed esaminare prima quella ch’egli avesse voluta eleggere, per non dir poi: Io non ebbi campo a pensarvi. Il primo numero era tocco ad un poeta, il quale ricordandosi tutti gli stenti della passata vita, e sapendo i lunghi e molesti pensieri ch’egli avea avuti, stabilì di fuggire la carestia; e fisato l’occhio sopra il disegno d’una cicala, disse ad alta voce: Da qui in poi m’eleggo d’essere cicala per vivere della rugiada del cielo. Così detto, divenne piccino, gli s’appiccarono addosso l’ale, e se n’andò a’ fatti suoi, e la donna dalle fusa incominciò a filare la vita d’una cicala. Il secondo fu uno staffiere, il quale avea servito nel mondo ad una civettina lungo tempo, e ricordandosi le commessioni ch’egli avea avute, le polizze, le ambasciate, il continuo correre su e giù per sarti, calzolai, per acque, per medici, per cerusici, tanto ch’egli non potea avere il fiato, domandò d’essere scambiato in un olmo; e così fu, e s’aggirò un altro fuso per l’olmo. Venne poscia una donna, ch’io avea già conosciuta al mondo per la più bella e aggraziata ch’io avessi veduta mai, la quale non avrebbe certamente potuto scambiare il corpo suo in altro migliore. Costei posto l’occhio in sui disegni delle vite, domandò che la sua tramutazione fosse in una donna brutta; e venendone compassione alla femmina del fuso, la gli chiese il perchè, ed ella rispose: Nella mia prima vita io non ho mai potuto avere un bene. Quella mia bellezza invitava a sè un nuvolo d’ogni qualità, tanto ch’io era assediata continuamente alle calcagna. Non vi potrei dire quanta fu la mia sofferenza nel comportare goffi che voleano appresso di me fare sfoggio d’ingegno; uomini tristi che, non potendo colorire il loro disegno, m’attaccavano qua e colà con la maldicenza; io non ebbi in vita mia ad udire altro che sospiri e disperazioni, a veder lagrime; fui attorniata da quistioni, e, quel che mi parea peggio d’ogni altra cosa, da [p. 143 modifica]sonetti. Sicchè ad ogni modo ho preso il mio partito, e dappoichè debbo ritornare al mondo, io intendo di ritornarvi brutta, e di non avere quelle seccaggini intorno. La fu esaudita. Io non ti narrerò tutte le trasformazioni ch’io vidi, come d’un avvocato che volle diventare un pesce, per non aver voce, non che parole; d’un creditore che, per la mala vita fatta nel riscuotere, volle entrare in un corpo aggravato di debiti, dicendo che avea giurato, s’egli avea più ad entrare nel mondo, di voler piuttosto aver a dare altrui, che a riscuotere. Finalmente venuta la volta mia, tenendo a mente le fatiche da me sofferite nella guerra, volli entrare nel corpo d’un porcellino, per vivere un anno senza far nulla, e morir fra poco, prendendomi per diletto il cambiare spesso la vita.

Non avrebbe il calzolajo pazzo finito mai, e m’avrebbe narrato tutte le sue trasformazioni fino al presente, se le sue ciance non mi fossero venute a noja, e non l’avessi piantato.