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il baretti 29

GIRAUDOUX

Forse l’opera di Jean Giraudoux è ora, nella stima de’ suoi conterranei, un poco in ribasso. Apparsa sotto una buona stella, cara fin dal principio a Gide, ma certo nemmeno allora ostile alla comprensione dei critici più ufficiali, ha meritato una non disprezzabile risonanza. Negli anni della guerra s’è potuta valere di qualche pausa che ha saputo riempire di accenti così pacati e quasi leggiadri, da far concorrenza a quella di Paul Géraldy nel consolare il facile sentimentalismo di una nazione ferita. Ma dopo, col ritorno della Nouvelle Revue Française, e il passaggio alla notorietà di Gide, Proust, Valéry, è rimasta nell’ombra; donde non la potevano trarre, sia detto sùbito, i suoi ultimi libri.

Ma quella prima diffusione, senza che potesse aver caratteri di rapidità e di violenza, era stata assai efficace. Non che Giraudoux si possa chiamare maestro; nè, crediamo, che altri autori abbiano avuto col suo esempio un aiuto profondo. Ma il suo modo, che non ha nulla di segreto né di repulsivo alla vista, s’è facilmente inserito nella mente dei lettori anche più trascurati e sbuca fuori, in tutti i climi e a qualunque stagione, nel discorso comune con un’implicita grazia che riesce perfino a parer spontanea. La breve fantasia che serve per far quattro chiacchiere, ci vuol proprio poco a piegarla in maniera «giraudoulcicnne» — anche meno di quella tensione che ci voleva per intonarsi, parecchi anni or sono, a una «miévrerie» rostandiana; basta pigliare gusto a un giuoco di trasposizioni tra oggetti familiari e vicini, saltando gli aggettivi che li unirebbero, e sorprendere gli ascoltatori con la sostituzione dei nomi invece che con la coloritura delle imagini. C’è il caso che essi credano a una mutazione repentina di cose, a un vero giuoco di bussolotti: ma i nomi, nella mente del prestigiatore eran fra loro tutti legati.

Sé, quando Susanna dice di Claudel «toutes ces apparences.... Claudel, après les avoir meurtries en un point attachait là du moins une comparaison, qui se remplissait aussitôt, par je ne sais quelle loi des vases comunicants, de sang, ou de sève, de résine, de liquides premiers». Giraudoux vuol segnare una sua propria «ars poetica», questa rimane nel paradiso delle intenzioni. Nella materia in cui egli lavora non ci sono ammaccature perchè non c’è corpo: è una fragilità che si rompe fra le dita. In una visuale senza spessore, senza piani, senza urti non è da pensare un’esigenza di continuità, e nemmeno di durata. Non gli appaiono, non lo dominano le cose, ma i loro segni, le parole, adatti al commercio e alla misura; e si sa che questi sono fungibili. Perciò l’unità del suo, come si suol dire, mondo è proibita e legittimata dal suo linguaggio; e dunque compresa fra termini assai ampi, dove, senza un po’ dì rigore e di povertà volontaria, ci si può perdere ch’è un piacere. Un puro letterato non ha mai, d’altronde, nè altra mira nè altri strumenti; chi s’è educato sulle parole, le prediligerà sempre, e per ogni contatto se ne farà uno schermo. La novità di Giraudoux sarebbe quindi d’essere il letterato dei tempi moderni.

Moderni, non so preciso quello che voglia dire. E’, per forza, il letterato della sua vita, la quale però non s’identifica con la nostra: poiché noi non siamo funzionari diplomatici, nè studenti in un «Lycée» parigino, nè professori ventenni a giro per il mondo; poiché sopra tutto non siamo francesi. In lui s’è impresso uno stampo là, nell’«école du sublime» (come facile! che fiorito cammino, che placida temperatura. Sull’Olimpo ci si va in carrozza), gli s’è istillata traverso l’adolescenza studiosa una pace, che gl’indora il ricordo infantile e il luminoso centro della sua terra, dove nacque. Non lui si lamenterà che la carne è triste quando si son letti i libri, nè parlerà del «bagaglio» degli studi. Agile è la memoria; pronta e precisa quanto i muscoli nelle gare sportive. Il primo della scolaresca, non cade dubbio, è lui: non se ne vorrà più scordare, come d’un diritto acquisito. La scuola è il tirocinio della vita: ma per lo scolaro modello, e nostalgico, la vita è un’appendice, un ampliamento, uno sfruttamento della scuola. La storia letteraria, ma anche le nozioni degli altri manuali, gli son sempre presenti; le sue variopinte scienze naturali gli fioriscono un’isola giù nel Pacifico, la sua controllata geografia lo crea quasi improvviso psicologo dei popoli. Davvero, io non so di uno scrittore più «classico».

E’ noto che, presso i francesi, classico è una specie di sinonimo di francese. Per una strana fobia della modernità, per un disagio assai romantico della vita corrente, essi sono tratti però a esiliare il significato di quella parola a tempi antichi, a un ideale fisso che è per loro come una aurea fermata della storia. Sarebbe assurdo che noi stranieri si accettasse questa misura; liberi da esigenze pratiche, e vogliosi soltanto di conoscenza, noi si ha bisogno di vedere un volto vicino, e mobile; non ci è apparso mai tanto gentile, quanto nell’accurata truccatura di questo autore.

Sarebbe però falso credere che egli metta il suo impegno a essere rappresentativo; mediante le diverse figure fissando la stessa mira e segnando una medesima linea, si dica debole o pigro, patetico o indifferente, Giacomo è pur sempre egoista; tanto candidamente che non ha da imporre la propria volontà sugli altri e sulle cose, poiché non si accorge nemmeno che si possa esser tratti a toccarle o a capirle con violenza. Sono intorno a lui, come le liquide fantasie del suo mattino. Gli sfondi hanno sempre un che di augurale, le persone sembrano, nei gesti, propiziatrici: come se l’intelligenza a tutti che le si accostano facesse l’obbligo d’un dono. La chiarezza, per tutto diffusa, è senza presentimento; i ricordi, che sono i motivi e l’unico patrimonio d’ogni creatura, le si librano intorno esigui, con una loro trama sottile, per cui non l’interessa nè il sole nè il calore. La somiglianza delle persone con il paesaggio, il loro gusto elementare e parco, la leggerezza delle mosse, è la continua riprova d’una premeditata armonia, che non sarà certo nella terra e nei costumi di Francia, ma nell’estremo artifizio della sua civiltà.

L’universalità anodina e vacua che dovrebbe contrassegnare uno scrittore come lui avvitato sulle parole e sulle loro relazioni, logiche e armoniche, («l’univers était couvert pour lui plus que pour tout autre d’une croûte verbale qui lui cachait les gouffres du chaos...») gli è vinta da una predilezione assai attenta per certi stati mentali, che son come gli ultimi frutti d’un clima sapiente. C’è al punto culminante e indiscutibile d’ogni tradizione, per chi vi è immerso, quasi una nuova nascita; un istintivo approppriarsi di beni ormai levigati, che hanno in sè riassorbito e annullato per fino la memoria delle fatiche durate per loro. Dell’innocenza, intesa in un senso vicino alla caricatura, ma che non ha bisogno di maschere nè di scuse perchè la circonda nel costume di tutti tanta gentile aspettativa, Giraudoux è il poeta, ironico a mezzo, per metà preso nella dolcezza del suo giuoco. Se «Simon le Pathétique» ancora la pone, come un bene quotidiano e passeggero, nel centro di Parigi, e pronta a piegarsi nel finale incerto, melanconico; la isola invece Susanna che, piena di civetteria, sa predisporsi un così onorato e tempestivo naufragio; e la vorrà espandere in quel mondo sconosciuto, al cospetto delle cose elementari e divine, a gara con l’assurdo. Ma per quanto imagini, anche là nell’oceano tropicale, e anzi con imprevisto vigore, appena un po’ meglio fissata sotto la luce, gli si apre la Francia.

«Car heureux qui devine le mot esquimau qui veut dire Glace, le mot anglais qui veut dire Marmelade, le mot français qui veut dire Honneur». Noi scopriamo in questa esaltazione una sfida, e magari una volontà di strafare che denota un’insincera sicurezza; gli si volge poi in sapore troppo involontariamente amaro quando si metta a trattar le cose degli altri (per quanto può entrare nel suo tono, un vero e proprio odio verso l’America, che ha voluto per di più canzonare col titolo di «Amica»; e i complimenti speciali a noi, bisogna segnarli: «tu me défendras des ruffians à Venise, des faquins à Verone; tu me protégeras des tranvieri dans les tramways, des controllori dans le train. Voici que je ne serai plus désormais dans la vie, à Naples en face des camorristi, à Rome en face des teppisti...»). Una cieca tendenza del suo gusto lo ha indotto a situare all'estero parecchie scene che, nella sua opera, pesano maledettamente, dove si direbbe che abbia voluto imitare il suo tanto diverso compagno Morand; i moti convulsi, le morti vere e una stupida morte finta, vedi «Siegfried et le Limousin» e l'appendice: «Visite chez le Prince». Il bell'ordine della sua terra non sopporterebbe tali brutture.

In essa i risvegli: «le soleil rayonnait sur le pays à idées claires» e le acque; i lucidi canali, le strade maravigliose dagli alti oppi simmetrici. In essa il lungo costume di vita civile che ha fissato per ogni funzione una figura d'uomo e una diversa dignità. Si dimentichi il peso della vita catalogata e ufficiale e l'ombra meschina in cui tanti esseri faticano a vivere, cercando d'adoperare le passioni, orgoglio, invidia, ira, amore, in un cerchio piccino dove uno sguardo appena intinto di scetticismo creerebbe la libertà. Per un credulo dilettante quel è Giraudoux non sussistono aspirazioni: di quel mondo si fida, gli sembra un organismo perfetto. Siccome le sue intenzioni sono artisticamente pure, non si può negargli ascolto; nè si può dissimulare la simpatia a che la persuasiva bontà del suo mestiere c'induce.

Privo di potenza lirica e, diciamo pure, di libertà nelle sue creazioni, egli rivela in ogni sua pagina l'assidua e diligente sua natura; così placato e così uguale, evoca una lunga storia nel suo momento più denso; quando la facoltà d'astrarre e di distinguere s'è fatta impulso spontaneo. Chi volesse un esempio della sua regola, bisognerebbe per forza rimandarlo al racconto di Susanna che è, ridotta ad un punto sperduto e a una abbandonata persona, come un modello di città e di società espressa dalla natura. La fanciulla, segregata dalle prove umane e da ogni confronto, è veramente un placido Iddio che, col suo sguardo appena, dimostra l'impossibilità del disordine e dell'istinto bruto. E i ricorrenti rumori, le fastose ma benigne arborescenze, i serti smaglianti delle piume, che cosa sono se non un commento, una decorazione sagace? Come in un minuto smalto limosino, ivi è l'eco, e la lode, del suo cuore.

Umberto Morra di Lavriano.

Valery Larbaud

Non sono molto lontani i giorni in cui leggendo Larbaud non potevano esimerci dal rivolgergli in tono di dubbio consenso verso di A. O. Barnabooth al proprio padre: «Tout ça mon vieux Valerio c'est très joli...» Très joli, certo, ma... non ci era facile, sulle prime, liberare la nostra ammirazione da un inamabile peso di riserve. Dal fondo di un suo bel ritratto di Paul-Emile Bécat, Valerio ci ammoniva tuttavia di non fermarci alle sue più floride apparenze e di cercare la sua giustificazione più in là. Questo secondo piano doveva esistere di certo. L’uomo che nel diario di Barnabooth aveva posta in bocca di Stefano talune semplici parole («Adieu, je vais recevoir à genoux l’Empereur d’Orient») e che aveva saputo darci mirabili pagine introduttive al mistico poeta Conventry Patmore, credeva opportuno, nel resto dell'opera sua, non parlarci più di Dio. Lo scrittore che più doveva a Philippe, e non solo in certe mosse esteriori, era poi il più lontano da Philippe; il suo mondo pareva il treno di lusso, la sua psicologia confondeva ormai quella delle famigerate anime con cinquantamila franchi di rendita, e le relegava in un mondo miserabile e anacronistico.

Contraddizioni più o meno apparenti che non ci toglievano il gusto della sua arte irrequieta. Non sarebbe breve, e tornerebbe inutile, un conto degli influssi che hanno toccato Larbaud. Fu assicurato che nella lista andrebbero compresi, messi daccanto e tutti sorpresi d’esserci, Montaigne e Walt Whitman, Choderlos de Laclos e Walter Savage Landor, fino a James Joyce, dal Larbaud riconosciuto pubblicamente quale «the only begetter» della forma (il monologo interiore) da lui accettata nel suo racconto: «Amants, heureux amants». Altri si rifece al Ginevrino ed ai grandi viaggiatori, da Gobineau ai recentissimi: si videro comparire elenchi e genealogie.

Per ciò che riguarda Joyce noi confessiamo di non esser, per ora, fra i quattro o cinque italiani che hanno affrontata la mole imponente e favolosa di Ulysses; e ci sarebbe impossibile stabilire quanto il Larbaud debba in realtà allo scrittore irlandese. Ma diremmo, confortati da buoni indizi, che la parentela sia ancora estrinseca, e che attraverso la selva delle annotazioni che salgono dalle zone sotterranee del suo essere (come dire più «anima», ormai?) in Larbaud si faccia strada una sostanza ben francese e definita, il mondo ringiovanito di Boucher e di Fragonard più che quello dei perigliosi poeti dell’introspezione.

Sulla formula di «scrittore libertino» parrebbe adunque possibile un primo accordo circa il mondo del nostro autore; nè la definizione mancherebbe di verità qualora fosse rafforzata con la dichiarazione più opportuna dei suoi rari e personali meriti di artista. Al disopra degl’influssi che ha sentito Valery Larbaud esiste davvero, come pochi. Diremmo anzi che è uno dei segreti più suoi, questo di saper trarre partito, organizzandole, da una molteplicità di esperienze culturali che svierebbero artisti meno provetti. Larbaud accetta pretesti e avventure, sa risolvere in sè gli urti più scabrosi. Sotto il suo polo l’aria più burrascosa si fa clemente e neutrale. Artisti portati a seguire la via, ma di lui meno ispirati, non poterono, anche da noi, salvarsi da pericolosi inconvenienti.

Ancora una volta il fondo di un artista si dimostra irriducibile alla sua maniera: «les dieux s’en vont» e le figure di Rose Louirdin, di Dolly, di Rachel Frutiger, di Eliana, restano; restano Queenie e il suo stupefacente fidanzato; rimangono Juga e Romana: lievi come son nella vita le creature che le somigliano, e di coteste, di certo, più perfette.

E rimangono indimenticabili visioni di paesi e di interni: Chelsea e Montpellier, Napoli e San Marino. Pochi scrittori hanno saputo rendere del pari l'ora e la temperie: il fiotto della vita esteriore ed insieme quello dell'animo disperso e un poco troublé, come si conviene al figlio di una letteratura ch'è passata per Verlaine. Restano i «prezzi» di pittura, le sete che frusciano e l'allocciolio sul muro dei riflessi del sole sull'acqua corrente, che filtrano dalle cortine abbassate; restano infine, oltre i quadri di cavalletto, i pastelli appena segnati: come il pastorello, figlio insieme di La Fontaine e Watteau, intento a spiare con occhi cupidi le belle straniere giunte.

Così da «Fermina Marquez», a «Barnabooth» e ai «Barbarygmes», più su fino ai ricordi di collegio di «Enfantines» e alla più recente raccolta: «Amants, hereux amants», è tutto un fiorire di imagini leggiadre. Ma il diario di A. O. Barnabooth — più che i suoi versi, alquanto superflui — ci sta dinanzi e ci dice chiaramente che la figura di Larbaud non ci esaurisce con la moda ricetta che la sua stessa tradizione ci ha offerta facilmente. Una sfumatura, in realtà qualcosa di decisivo, n'è rimasta fuori. Larbaud infine non s'intende se non si accetta, poco o molto, il mito che illumina l'opera sua: il mito dell'uomo Europeo. Questa la realtà che sostiene ogni sua pagina e le dà risonanza. Ed è ben certo che il nostro dichiarato formalismo non mai volle disconoscere che la frase scritta vale per quella inespressa, che il libro che appare non è che una via d'accesso al libro che non si scrive. A Larbaud bisogna mandar buona questa mistica dell'intelligenza, questa vigile coscienza di incarnare l'uomo rinunzia alle forme, s'anche le ami a una a una nella vita; l'uomo che disfattosi da ogni canone per essere più spoglio e inafferrabile, accetta la sua battaglia contro le facce del futuro; un autarca senza imperativi, uno stoico senza consolazioni. Sforzo di realizzare, in fondo, senza schemi la propria realtà più fondamentalmente umana: tanto nel tempo da essere ormai tutta fuori del tempo.

Qui potrà il moralista intervenire e dir bestiale questa nuova manifestazione dell' homo sapiens che pare avere ucciso in sè anche la più rudimentale teleologia. Noi non lo seguiremo troppo, a questo proposito, nella sua depressione. Poiché il fatto che Larbaud ci si mostra coerente nelle sue prove, e ricco di non so che certezza che lo salva sempre dai disastri che parrebbero inerenti al suo assunto, è tal garanzia da renderci palese che qualche Cosa dev'esserci in lui che va oltre l'intenzionale e si concreta in verità d'arte e di vita. Il suo Barnabooth non ci è possibile considerarlo solo come una «variazione sul tema Des Esseints»; altra novità di presupposti e di atteggiamenti è in lui. Larbaud aggiunge qualcosa al patrimonio di tutti, il nichilista, vecchia scoperta, crea.

La sua ricerca differisce da quella di Gide, che pare risolvere o almeno confondere, antitesi etiche in un giuoco di immoralismo che si sforza di realizzare evidenze puntuali, via via dissipate.

Le sue inclinazioni vanno a forme più riposate dell'intelligenza; come a dire ad una raffinatezza, ad una selezione che toccano ormai l'ordine fisico. Morand, che ha parecchie affinità con lui, ma riesce assai più volontario e sforzato, ha detto:

«Il a tout ce qu'a raté Stendhal avec son sale caractère, et qu'il a réussi».

Pare questo, per ora, il punto d’arrivo di quella sua appassionata dedizione alle cose cui già s’è accennato, e della quale ognuno rammenterà, in Barnabooth, uno dei più chiari accenni: — «Mais vient l’hiver de l’Europe Centrale ! le froid immense et pleni de dignité. C’est alors que je retrouve mon Allemagne, comme une épouse aimable et comme un foyer chaud. La vie devient décente et propre, avec des occupations sérieuses; c’est le temps des études philologiques, aves les cigarettes et les baisers. Et le soir, sur la glace bleue les étangs, on patine jusque à la nuit dans les jardins royaux, tandis qu’au loin les lumières de la ville mouillent le ciel entre les branchages couverts de neige. A travers les haute glaces de mon wagon-salon, j’ai vu venir et s’éloigner toutes les petites villes. Et j’aurais voulu passer ma vie dans chacune d’elles, humblement; allant tous les dimanches à la chapelle; prenant part aux fêtes locales; fréquentant la noblesse du pays. Au loin les grandes destinéss feraient leur tapage inutile».

Messo in chiaro questo sfondo della figura di Larbaud, un utile discorso sarebbe da cominciare per definire l’arte di lui nei risultati sicuri e nei punti più deboli. Lo spazio esiguo di cui disponiamo ci permette soltanto un fugace rilievo; ed è questo che il Larbaud, ben certo di possedersi, trascura talvolta nelle sue composizioni, non pure l’ordinaria ficelle, ma anche quel tanto di coerenza tecnica che gioverebbe a dare un risalto più solido ai suoi scritti. Dalla prima alla seconda parte del Diario di Barnabooth e di «Beauté mon beau souci...» il salto è forse troppo forte; e l’aver trascurato trapassi e giustificazioni minaccia gravemente l’unità dell'insieme. Ma non oseremmo davvero affermare che da questi pericoli il centro più vitale dello scrittore esca compromesso: abbiamo dinanzi, e non è a dire quanto decisivi, i risultati di «Enfantines» e del racconto di mezzo di «Amants, heureux amants».

Ci è possibile ancor meno di intrattenerci sul Larbaud anglicisant: traduttore del Coleridge, di W. Savage Landor, ed ora di Samuel Butler. Sempre più chiara emergerebbe da quest’esame la figura che di lui abbiamo voluto disegnare in pochi tocchi.

Sarà palese che sotto gli agréments del clavicembalista ci è parso di sentir vibrare una eco ben altrimenti profonda; ma forse molti suoi lettori continueranno a vederne soltanto il volto che sorride. A codesti, anziché contraddirli, noi vorremmo venire in aiuto; e propor loro, per finire, qualche altra parola sul padre di Barnabooth. È ancora di Morand:

«Ce que j’admire le plus, c’est celle somme prodigieuse de travail, de passion, et de violence pour arriver à ce joyau reconstitué: un homme simplc, qui sourit».

Eugenio Montale.

PAUL MORAND

Non conosco i suoi versi ma da qualche campione che me ne venne tra mano oso indurre che essi non aggiungano nulla d’essenziale alla conoscenza della sua opera. La secchezza della notazione, la scarnificante facoltà osservativa e il genere di pathos che li animano sono qualità che ritroviamo, meglio adoperate e finalizzate, nel movimento veloce della sua prosa narrativa in cui la sua arte ci si mostra d’acchito come provocata da un lirismo che non raggiunge il canto per un congenito bisogno di documentazioni; mentre possiede nella sprezzatura sintattica e nella eterogeneità delle immagini uno strumento espressivo molto aderente alle speciose avventure che egli ci narra. Più che ad altre sue opere mi riferisco a Fermé la Nuit ed a Ouvert la Nuit che son raccolte di novelle — o saggi di vita vissuta — nelle quali il Morand, col tono di uno che è alquanto parte in causa, ci descrive un’umanità di lusso ed amorale senza farci per nulla l’impressione del dandy da caffè concerto come qualche nostro autore alla moda che bazzica personaggi della stessa specie. Questo, oltre le differenze di mentalità ed educazione che intercorrono tra il Morand e quei che non nominiamo, dimostra quanto il senso psicologico del Nostro sia acuto. I tipi ch’egli studia hanno in sè tali elementi di particolarissima profondità che vien voglia di pensarli colti nel vero. Uomini e donne — non esclusi Lewis e Irène che danno il titolo al suo ultimo romanzo — essi appaiono quasi tutti degli sradicati sottoposti a una bizzarra e nevrastenica fatalità; degli snobs vittime della loro cosciente od inconscia eccentricità e dei malati di una raffinatezza che non ha più nulla da imparare circa il vivere edonistico.

Petronio, componendo oggi, più d’uno ne eleggerebbe per il film di un modernissimo Satyricon. Piace a noi, generalizzando, considerarli come i frutti di quella cultura mondana francese, o viennese o berlinese, che è la sola, nella vita comune, positivamente internazionale. Qualcuno, sedotto a ciò da somiglianze puramente esteriori, avvicinava la maniera morandiana a quella di Jean Giraudoux a cui il Nostro non è veramente affine che nel suo lato ironico e nella modernità del vocabolario. Osserva giustamente il Thibaudet a questo proposito che mentre il Giraudoux è piuttosto un collezionista che si compiace di raccogliere immagini, Paul Morand, più sanguinario e cacciatore nato, si parte invece proprio per selvaggina; ed ha minore importanza se il carniere strada facendo gli si ricolmi di merletti come a quello. Tale definizione concorda nella sua parte venatoria con quanto noi diciamo circa i personaggi delle «Nuits», ma la troviamo, nel punto che riguarda lo stile, ancora fuori di mira. Più che nei metodi di uno stilista paziente — il che può essere suggerito dalla parola merletti — pare a noi che, tanto la sua posizione di osservatore partecipe ma disincantato dalla fretta del viaggiare, quanto la materia disambientata che egli adopera, conducono il Morand a lavorare la