Per lo spiritismo/I

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I. Prefazione

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Angelo Brofferio - Per lo spiritismo (1893)
I. Prefazione
Per lo spiritismo II


Soltanto dieci anni sono, io sapevo appena cosa fosse lo spiritismo; lo compativo anch’io con sorriso indulgente, come fosse la grande superstizione del secolo XIX, una nevrosi epidemica ma passeggiera, prodotta da un lievito di antichi errori, che fermentava nell’ignoranza delle leggi scientifiche, nella paura di morire, e nella passione del maraviglioso, che toglie il senso comune, il così detto senso della realtà.

Ma alcuni anni di studio della filosofia mi fecero prima perdere, non il buon senso, ma il senso comune, o meglio il concetto che si ha comunemente della realtà, e mi convinsero della verità dell’ idealismo inglese e tedesco che non solo il sapore e l’odore, il suono ed il colore, ma anche il tempo e lo spazio, la materia e la forza, sebbene esistano realmente, non sono però ciò che sembrano; che la nostra vita non è che un sogno, nel quale non si riflette che un’immagine parziale di una realtà, della quale per ora sarebbe temerario perfino il dire se sia infinita o no; che il campo del possibile è molto più vasto di quello del nostro sapere, e che, per dirla con Shakespeare, ci sono sulla terra e nei cieli molte più cose di quelle che si sogna la nostra filosofia. Intanto lo studio della psicologia mi conduceva man mano al magnetismo, poi alla suggestione mentale, poi alla telepatia. Dalla telepatia allo spiritismo è breve il passo; e poco alla volta mi convinsi: 1º che i fenomeni spiritici sono reali; 2° che, tra le ipotesi che per ora si possono fare per spiegarli, la spiritica è la più probabile. E non giunsi a questa convinzione trascinato da motivi psicologici incoscienti, bensì facendo tre operazioni: 1° leggendo ciò che i principali spiritisti hanno scritto; 2° verificando i fatti coll’esperimento; prima, recandomi per un mese a Napoli, e assistendo a otto sedute del famoso medio Eusapia Palladino, onde verificare i fenomeni fisici1, poi per tre o quattro mesi a Milano con diversi medii tiptologici e scriventi per assicurarmi dei fenomeni intellettuali 3° pensandoci sù; e delle ragioni pro e contro mi sono reso chiaro conto, non lasciando che se l’aggiustassero fra loro ed accettando il risultato, ma contandole, pesandole, ed anche notandole man mano per iscritto, onde poterle confrontare. Così il mio libro si abbozzò di per sè; libro che non sarà tanto una collezione di fatti, quanto la discussione di un ostinato che davanti ai fatti non cede il terreno che palmo a palmo.

Se poi pubblico questo libro, i motivi sono questi: 1° Che io credo che potrà esser utile; non ch’io abbia l’illusione di convincere gli uomini; sono ormai così debole di mente da credere alle apparizioni, ma non più tanto ingenuo da credere che le buone ragioni possano convincere molti uomini; so bene che gli uomini fatti hanno delle opinioni già fatte2. Ma ci sono i giovani; i giovani in cui le abitudini mentali non hanno ancora radici troppo profonde, e che sanno dubitare. E anche fra i giovani mi basterebbe di far presa su una mezza dozzina, il cui cervello abbia plasticità sufficiente, non dirò per convincersi che ho ragione, ma per capire che la questione merita d’essere studiata; se studieranno, si convinceranno; e ne convinceranno dodici, e così via via contribuiranno ad ingrossare la valanga; e quando i più crederanno, anche gli altri, come sogliono, terranno dietro; e crederanno tutto quello che si vorrà; e coloro che sanno camminare di per sè, ma sanno anche fermarsi, avranno molto da gridare: Non credete ai miracoli! Non fabbricate dei dogmi! 2° Si aggiunge che, avendo già abbozzato il libro per me, non ho più che da scriverlo per il lettore; e questo è il meno. E questo appunto deve far piacere al lettore, che propriamente il libro non era fatto per lui; perchè ciò può fargli temere che non sia scritto con arte, ma lo assicura che è pensato con coscienza. 3º Si aggiunge finalmente, che lo pubblico anche per sfogarmi una volta tanto e non discorrere mai più di spiritismo. Perchè lo spiritismo è una cosa di cui non si può discorrere. Coi migliori amici si fa baruffa; gli altri vi canzonano; sopratutto quelli che non hanno letto niente. Se dite che voi avete letto e perfino veduto, le persone più educate insinuano dolcemente il sospetto che siate allucinato. Sono arrabbiature inutili. E poi anche dannose, perché la voce corre, e si perde la riputazione di uomini serj; tanto più che i giornalisti, i quali, come ognuno sa, s’intendono di tutto, sogliono appunto addurre lo spiritismo come prova evidente che l’imbecillità umana non ha limite3 Quindi si vorrebbe tacere; ma alla lunga il sentir ripetere quelle ragionaccie, che conosciamo benissimo perchè una volta le adoperavamo anche noi, fa perdere la santa pazienza, e si finisce per tradirsi, e farsi canzonare egualmente. Sicchè, non potendo nè parlare nè tacere, scelgo di dar fuori, come si dice a Milano, una volta tanto con un libro; perchè in un libro ho il vantaggio che non parlo che io. Ma agli amici che mi parleranno ancora di spiritismo, per evitar la discussione darò una copia del mio libro; agli altri darò l’indirizzo dell’editore.

Prima di finire questa prefazione devo chiedere scusa al lettore di una cosa: egli troverà questo libro mal scritto, quanto è a purezza della lingua ed eleganza dello stile; ma deve perdonarmi perchè io non pretendo punto d’averlo scritto bene; non gli dò zenzero per pepe buono. Poi, avendo messa tutta la mia attenzione alla sostanza, non me ne restava per la forma. Io non ho badato che a questo: che il lettore potesse capir bene ciò che volevo dire, affinchè potesse giudicar bene, pensando un pò anche lui, se avevo torto o ragione. Per esempio, se trovo una espressione che, bella o brutta, mi sembri giusta, io non la cambio per essere elegante; l’adopero cento volte, se occorre.

E forse devo chiedere scusa anche di una certa prolissità. Dico forse, perchè col pensiero non posso mettermi esattamente nella posizione del lettore, e quindi non posso sapere se ho detto più o meno di quello che era necessario perchè egli capisse. Un libro è come una lente di cui non si possono determinare esattamente i due fuochi (il mio e quello del lettore); e poi non posso sapere se il lettore è miope o presbite, e di che lente abbisogni. Ma, se il lettore è già al corrente degli studi su questo argomento, non avrà che a saltare a piè pari qualche capitolo; solo gli raccomando di non saltare l’ultimo, nel quale il libro è condensato e riordinato Se poi non ha mai letto nè visto nulla, non si lagnerà d’aver consumato un’ora di più per ottenere qualche schiarimento più chiaro intorno alla più importante di tutte le questioni: se torni il conto di vivere. Non dovrebbero lagnarsene che quelli che dicono: A che mai potrebbe servire lo spiritismo? Ghosts pay no dividends. Ai quali non posso rispondere se non che, secondo un antichissimo filosofo indiano, gli uomini differiscono dalle bestie in quanto pensano al domani (viduh çvastanam); il che mi suggerisce questo pensiero molto nuovo e profondo, che gli uomini di giudizio differiscono dagli uomini senza giudizio in quanto cercano perfino di informarsi se mai ci fosse anche un dopodomani. A quelli che non ci pensano, consiglio amichevolmente di leggere prima il primo capitolo dei Pensieri di Pascal; lo leggano; lo leggano tre volte.


Note

  1. Nota alla 2a ed. - Ora ho assistito ad altre sedute colla Palladino a Milano in casa del dott. Finzi.
  2. Chiamo in aiuto il Fogazzaro: Goethe era sui trent’anni e aveva una fama puramente letteraria, quando mandò con una lettera umile all’illustre Peter Camper i suoi lavori che dimostravano evidentemente, contro l’opinione del Camper, esistere l’osso intermascellare anche nell’uomo. «Bene — rispose cortesemente il grande anatomista. — Bravo. Avete fatto un bel lavoro che vi deve essere costato molta fatica. Me ne congratulo con voi». Dopo di che continuò imperterrito a dire e a scrivere come prima che l’uomo non ha l’osso intermascellare.
    «Si vede — esclama Goethe — che ero molto giovane e ingenuo e conoscevo ben poco il mondo se mi mettevo io scolaro a contraddire un maestro, peggio! se gli provavo che sbagliava». Infatti il giovane Goethe navigava nella corrente viva della scienza, mentre l’altro povero vecchio, uomo celebre, era là indietro maestosamente fermo sulla sua secca dell’osso intermascellare. — Che bella cosa — disse un inglese crudele ma sapiente — che bella cosa se gli scienziati non vivessero mai più di sessant’anni! Dopo i sessant’anni non ve n’ha uno che voglia saperne di cambiare idee».
  3. Anche lo Sciamanna nella Nuova Antologia: «Non si può pensare a questo commercio colle anime dei defunti senza diventare miserevolmente ridicoli. — E il Pierre Janet chiude il suo articolo sullo Spiritisme contemporain, scusandosi del suo tono canzonatorio contro lo spiritismo, con queste parole:«Il n’est pas toujours possible de parler sérieusement de choses qui ne sont pas sérieuses». — E negli Annales des sciences psychiques il Chandoz caccia da parte, con un piede, le teorie spiritiche, «qui sont toutes, sans exception, d’une bêtise peu commune». E così quasi tutti. Per non farsi cattivo sangue con quelli che la pensano così, bisogna sempre tener a mente che il miglior modo di punirli della loro volontaria cecità è appunto di lasciarli nell’oscurità.