Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)/Libro quarto - Capo I

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Johann Joachim Winckelmann - Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I) (1763)
Traduzione dal tedesco di Carlo Fea (1783)
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LIBRO QUARTO.

Delle Arti del Disegno presso i Greci, e Idea del Bello
da loro rappresentato.





Capo I.


Le arti presso i Greci si sollevarono ad un alto grado di perfezione... per l’influenza del clima... pel pregio in cui teneasi la bellezza... e per l’indole di que’ popoli gioviale e mite — Vi contribuì molto il governo libero... l’educazione... l’uso delle statue... l’impiego che faceasi dell’arte... e la stima che aveasi degli artisti — La scultura si perfezionò prima dell’architettura e della pittura.


Le arti presso i Greci si sollevarono ad un alto grado di perfezione... Le arti del disegno presso i Greci esser devono l’argomento principale di questa storia. Essendo essa il più degno oggetto dello studio e dell’imitazione de’ moderni amatori ed artisti, per gl’innumerevoli monumenti di bella antichità che di [p. 240 modifica]quella nazione ci restano, meritano un esame particolare, il quale non fi limiti già a ricercarne i difetti, o a conghietturare ciò che que’ maestri ne’ loro lavori hanno voluto rappresentare, ma bensì tenda ad indagarne il carattere e le proprietà; onde non una semplice erudizione si acquisti, ma se ne ricavino eziandio quelle istruzioni che possono servire a migliorare le arti stesse presso di noi e perfezionarle. L’esame delle arti degli Egizj, degli Etruschi, e degli altri popoli può estendere la sfera delle nostre idee, e giovarne ne’ nostri giudizj; ma dallo studio sull’arte de’ Greci impareremo a ben determinare il bello, e a ben divisare l’unità e la verità ne' lavori, e ne apprenderà le giuste regole sì chi vuol giudicare, che chi deve eseguire.

§. 1. Divideremo in cinque Libri il trattato dell’arte presso i Greci. Si cercherà a quali cagioni se ne debbano gli avanzamenti, e qual sia l’idea del bello da loro rappresentato. Questo si prenderà a considerare nelle varie opere loro sì pel disegno del nudo, che pel panneggiamento. Si esaminerà il meccanismo della loro scultura e pittura; e s’indicherà la traccia dei progressi dell’arte dai suoi principj sino all’intero decadimento. Per ultimo si parlerà de’ Romani, de’ quali ben poche cose ci resteranno a dire.

§. 2. L’alto grado di perfezione, a cui l’arte si sollevò presso quella nazione, deesi in parte ascrivere all’influenza del clima, in parte all’educazione, e alla costituzione del governo, dal che ebbe pure origine la maniera di pensare immaginosa degli artisti, il pregio in cui erano tenuti, e l’uso nobile che dell’arte faceasi: cose tutte, che a perfezionarla hanno sommamente contribuito, e delle quali partitamente imprendiamo a trattare.

... per l'influenza de! clima... § 3. L’influenza del clima, come serve alla vegetazione delle piante, così coopera ad animare i semi delle arti che [p. 241 modifica]in un paese devono fiorire: e certamente la Grecia era una contrada a tal uopo convenientissima. Epicuro1 quando disse che il talento per la filosofia a’ soli Greci era proprio, avrebbe ben potuto dire a maggior diritto lo stesso del talento per le arti; imperocché molti vantaggi a ben riuscirvi, che noi appena possiamo immaginarci, esistevano veracemente presso di loro. La natura, dopo d’esser passata per tutt’i gradi dall’arso equatore all’agghiacciato polo, sembra essersi fissata in Grecia come in un punto di mezzo fra l’inverno e la state2; e quanto più a quello bel clima s’avvicina, tanto più è lieta e piacevole, tanto più generalmente animate e spiritose ne son le figure, tanto più decisi ne sono i tratti, e pieni di moltiplice espressione. Ove la natura non è avviluppata in nebbie, né circondata da pesanti vapori, ma può liberamente operare sotto un cielo sereno e ridente, qual ci viene descritto da Euripide il cielo d’Atene3, compie più presto e perfeziona le belle forme de’ corpi, vigorosamente elevandosi ne’ più robusti, e principalmente nel più bel sesso. Così diffatti avveniva e avvien pure oggidì, per consenso di tutti i viaggiatori, nella Grecia. Ciò per tanto, che narrano gli Scoliasti degli antichi poeti circa le lunghe teste e i lunghi volti degli abitatori della penisola Eubea4, deesi tener in conto di sogni insussistenti, immaginati per trovare l’etimologia del nome d’alcuni uomini che ivi abitavano, chiamati [testo greco] Μάκρωνες, cioè lunghi.

... pel pregio in cui teneasi la bellezza... §. 4. Sentivano ben i Greci, come dice Polibio, la preferenza che a questo titolo doveasi loro sulle altre nazioni5; e diffatti da nessun altro popolo era tenuta in sì alto pregio la beltà come da loro. I sacerdoti di Giove [p. 242 modifica]adolescente a Egea6, quei dell’Apollo Ismeno7, e quello che conduceva a Tanegra8 la processione di Mercurio con un agnello sulle spalle, erano sempre giovanetti, che riportato aveano il premio di beltà nelle pubbliche gare. La città d’Egesta in Sicilia elevò la tomba a certo Filippo, che nemmen era suo cittadino, ma di Crotona, e gli offrì de’ sagrifizj come ad un eroe divinizzato, soltanto a cagione della singolare sua avvenenza9. In una celebre antichissima canzone che uno Scoliaste ancor inedito a Simonide attribuisce o ad Epicarmo, fra i quattro desiderj, de’ quali tre leggonsi pur riferiti da Platone10, il primo è l’esser sano; il secondo l’esser bello ([testo greco] καλὸν γένεσθαι, ovvero ([testo greco] φυὰν καλὸν γένεσθαι, come con più propria espressione leggiamo nel mentovato Scoliate); il terzo d’essere legittimamente ricco ([testo greco] ἀδόλως πλουτεῖν); e ’l quarto, da Platone omesso, d’esser contento e lieto cogli amici ([testo greco] ἠβᾶν μετὰ φίλων). La spiegazione di queste voci può servire a rischiarare Esichio.

§. 5. Ma un argomento più convincente ancora del pregio in cui i Greci aveano la bellezza, si ha dalle mentovate pubbliche gare che di essa faceansi, istituite negli antichissimi tempi da Cipselo re d’Arcadia, coevo agli Eraclidi, in Elide presso il fiume Alfeo11. Forse per una consimil ragione nelle feste d’Apollo Filesio contendeasi fra la gioventù un premio destinato a chi dava più soavi baci12; ed eravi persona destinata a giudicarne. Lo stesso verosimilmente faceasi a Megara presso la tomba di Diocle13. A Sparta14, a Lesbo nel tempio di Giunone15, e presso i Parrasj16 teneasi [p. 243 modifica]pubblica gara di bellezza17 fra ’l sesso femminile 18. Chi sa che, nel proporre de’premj per la beltà, non mirassero i Greci a promovere una propagazione di bella prosapia? Leggiamo in Oppiano19 che le donne spartane, per generare de’ bei fanciulli, soleano collocarsi in faccia al letto le immagini di Nireo, di Narciso, di Giacinto, o di Castore e di Polluce. Poiché adunque la bellezza desiderata era e pregiata da’ Greci, chiunque si sarà conosciuto bello, avrà cercato per mezzo di questa prerogativa di farsi noto alla propria nazione, e di farsi principalmente ammirare dagli artisti, i quali perciò, come giudici nella distribuzione del premio della beltà, aver doveano frequentemente innanzi agli occhi le più belle sembianze. Era la bellezza eziandio un merito per acquistar fama20; e troviamo diffatti nelle greche storie rammemorate le più belle persone21. Alcuni pur vi furono, che avendo superiormente bella una qualche parte delle loro sembianze, ne riportarono un soprannome particolare, come Demetrio Falereo, che per la bellezza delle sue ciglia fu chiamato [testo greco] χαριτοβλέφαρος, cioè colui sulle cui ciglia abitano le Grazie22. Se possiamo dar fede a Dione Grisostomo, quando scrive che a’ tempi suoi, e sotto l’impero di Trajano, non faceasi più molto conto della bellezza, anzi nemmeno sapeasi ben apprezzare23, dobbiamo riconoscere in [p. 244 modifica]questa disistima o negligenza pel bello uno de’ motivi della decadenza in cui erano le arti allora.

... e per l'indole di que’ popoli gioviale e mite. $. 6. Quanto l’atmosfera e ’l clima influivano sulla formazione del corpo, altrettanto concorsero a dare a quegli uomini un’indole dolce, un cuor tenero, una mente lieta; e queste proprietà tanto giovarono colà agli artisti per dar della bellezza e della vivacità alle figure, quanto il clima ajutava la natura a riprodurre belle e animate le sembianze. Questa dolcezza e serenità d’animo diede origine fin da’ primi tempi agli spettacoli, sì teatrali che d’altro genere, immaginati per allontanare, siccome dicea Pericle24, la tristezza dall’umana vita25. Della dolce indole de’ Greci ne fanno fede le storie; e come le arti e ’l merito, così è nota la clemenza degli Ateniesi, presso i quali in tutt’i tempi, cominciando dalle antiche guerre tra Argo e Tebe, gl’infelici e gli oppressi conforto e rifugio trovarono; ond’ebbe a dire un poeta, che la città d’Atene sapea sola sentire la compassione.

$. 7. Questa umanità de’ Greci ancor meglio risalta ove facciasi un confronto fra essi e i Romani, presso i quali i sanguinosi spettacoli e i combattimenti che terminavano colla morte d’uomini innocenti e infelici, erano, anche ne’ tempi più colti, il più ricercato e ’l più applaudito de’ pubblici trattenimenti ne’ loro teatri. I Greci all’opposto tali crudeltà abborrivano26; e quando ai tempi de’ Cesari uno di que’ sanguinosi spettacoli rappresentarsi volle in Corinto, taluno ebbe a dire, che bisognava rovesciar l’ara della compassione e [p. 245 modifica]dell'umanità prima che assistere a tanta barbarie27; ma alla fine i Romani introdussero anche in Atene gli spettacoli di questo genere28.

§. 8. Dalle diverse leggi di guerra presso questi due popoli scorgesi chiaramente l'umanità de' Greci, e 'l duro cuor de' Romani. A questi era prescritto, al primo entrare nelle città espugnate, di tutto versare l'umano sangue, sventrare i cani stessi, e ogni altro utile animal trucidare; e ciò si eseguì sotto Scipione africano il seniore, quando fu soggiogata Cartagenova in Ispagna29. Ma ben diverse erano le leggi e gli usi de' Greci. Gli Ateniesi, quando la città di Mitilene si sottrasse alla loro ubbidienza, e tutta l'isola di Lesbo mosse a ribellione, sebbene in pubblica assemblea avessero decretata la morte di tutti gli uomini adulti di quella città; pure l'ordine rivocarono ben tosto, poiché s'avvidero, anzi dichiararono che troppo crudele era stato il decreto30.

§. 9. Le battaglie medesime mostrano una diversa ed [p. 246 modifica]opposta indole d’animo tra i Greci e i Romani. Gli Achei si condussero nella guerra sì umanamente, che erano tra loro convenuti di non portare alcuna saetta nascosta, e di pugnar soltanto da vicino uno contro l’altro colla spada alla mano31. Eziandio nel maggior calore degli animi sspender soleano ogn’inimicizia, e per alcuni giorni tutto dimenticare, quando cominciavano i giuochi olimpici, ove unanime la Grecia adunavasi a godere d’una gioja universale32. Ne’ più antichi tempi, quando la nazione era ancor meno incivilita, nell'ostinata guerra tra i Messenj e gli Spartani, fecero que’ due popoli nemici una tregua di quaranta giorni per celebrare le feste usate in onor di Giacinto33. Avvenne ciò nella seconda guerra messenica, che terminò nell’olimpiade xxviii.34.

Vi contribuì il governo libero... §. 10. Per ciò che riguarda il governo della Grecia, possiam osservare che la libertà fu la principal cagione de’ progredì dell’arte. La libertà regnò sempre in quel paese, anche presso il trono de’ re35, che paternamente reggeanlo36, avanti che i progressi della ragione e del sapere facessero a’ Greci d’una piena libertà gustar la dolcezza. Omero chiama Agamennone il pastore del popolo37 per indicare l’amor che ne aveva e la cura. Che se quindi insorsero tiranni, essi nol furono che della rispettiva lor patria; ma l’intera nazione non riconobbe mai un sol capo, né mai [p. 247 modifica]v'ebbe in Grecia una città libera fatta soggetta ad un’altra, se non quando gli Ateniesi ebbero conquistata l’isola di Nasso38. Quindi non risiedeva in una persona sola il diritto d’esser grande nella sua nazione, e d’eternare il proprio nome ad esclusione degli altri.

§. 11. Si sollevò colla libertà, e si estese, qual rigoglioso ramo su robusto tronco, l’immaginazione di tutti que’ popoli; imperocché siccome lo spirito dell’uom pensoso suole più alto elevarsi se a meditar si trovi in aperto campo, in lungo e spazioso viale, o fu la cima di eccelso edifizio, che se in ristretta cella, o in angusto luogo si chiuda; così la maniera di pensare presso i liberi popoli della Grecia dovea ben essere più sublime che quella delle nazioni al dominio d’un sol uomo soggette. Troviamo in Erodoto essere stata la sola libertà il fondamento della possanza e della gloria, a cui pervenne Atene, la quale finché ad un signore ubbidiva, mai non potè far fronte ai suoi vicini39. Nacque dal medesimo principio fra i Greci l’eloquenza, e cominciò a fiorire quando essi d’una piena libertà a goder cominciarono; indi è che i Siciliani attribuirono a Gorgia l’invenzione dell’arte oratoria40. L’amor della libertà, a cui dennosi le più grandi imprese e le rivoluzioni de’ Greci, gettò presso di loro, fin dal primo nascimento delle repubbliche, i semi d’un pensar nobile e sublime; e come l’aspetto dell’interminata superficie de’ mari, e ’l mirar l’urto delle onde rigogliose sulle petrose coste, ingrandisce i nostri sguardi, e fa sì che lo spirito i piccoli oggetti disdegni; così i Greci sublimi cose, e grandi uomini rimirando incessantemente, nulla d’ignobile [p. 248 modifica]e basso pensar poteano. Essi ne’ loro migliori tempi erano animati da uno spirito fatto per la meditazione, il quale già avea pensato per venti anni e più in quell’età, in cui presso di noi a ben riflettere s’incomincia appena, e questo spirito manteneasi lungamente nella massima sua vivacità sostenuta dalla robustezza del corpo, laddove presso di noi pasciuto ignobilmente d’inezie diviene sempre più debole e si degrada fino a quella età, in cui a rallentarsi comincia naturalmente.

...l’educazione ... §. 12. L’intelletto de’ fanciulli, che a guisa di tenera corteccia le incisevi note ritiene e le ingrandisce, non riempievasi allora di parole vuote di senso: e ’l cervello, che soltanto d’una data quantità d’idee o nozioni pare suscettibile, non trovavasi allora da assurdi sogni occupato, quando la verità dovea prendervi luogo. L’apprendere ciò che gli altri sapeano, era l’ultimo studio. Esser erudito nel senso d’oggidì era facil cosa pe’ Greci ne’ loro tempi migliori, e ognuno potea divenirlo, essendovi per ciò una gran difficoltà di meno da superare, cioè la cognizione e la lettura de’ libri fattisi ora innumerevoli, e allora ignoti; poiché solo all’olimpiade lxi. si cominciò a raccogliere le membra sparse del più chiaro poeta. Queste veniano apprese da’ fanciulli41, che al loro dettato si conformavano; e quando i giovanetti con qualche bella produzione faceansi nome, erano considerati fra le persone più ragguardevoli della loro nazione.

[p. 249 modifica]§. 13. Una conseguenza di questa educazione fu la scelta d’Ificrate a capitano fatta dagli Ateniesi suoi concittadini nell’anno suo ventiquattresimo. Aveva appena vent’anni Arato, quando liberò Sicione sua patria da’ tiranni42; e fu indi a poco eletto capo di tutta la lega achea. Filopomene, fanciullo ancora ebbe grandissima parte nella vittoria riportata da Antigono unito alla lega achea contro i Lacedemoni43.

§. 14. Una simile educazione diede pur tra’ Romani una certa anticipata maturanza all’intendimento, come si scorge da Scipione il giovane e da Pompeo; il primo de’ quali all’età di ventiquattro anni44 era alla testa del romano esercito nelle Spagne, e a ciò eletto per ripararne la decaduta disciplina, e le ricevute sconfitte; e del secondo narra Vellejo45, che nel ventesimo terzo suo anno formò a sue spese un esercito, e non altri ascoltò, che i proprj consigli. Per mezzo di siffatta educazione la nazione tutta acquistava certa franchezza di pensare fublime e libero, ed osava ciascuno [p. 250 modifica]palesare la propria ambizione di sollevarsi sopra gli altri; indi è che Pericle46 ebbe a dire a’ suoi concittadini (ciò che oggidì appena si oserebbe pensare): „ Voi vi sdegnate meco, perchè, mi lusingo di non cedere a chicchesia nell’immaginare e scegliere i mezzi più spedienti, e nel saperne ben ragionare?„. Colla medesima franchezza i loro storici dicono il bene di sé stessi, come il male degli altri.

...l’uso delle statue... §. 15. Tale ambizione molto giovò ai progressi dell’arte, la quale fi adoperò fin da’ primi tempi affin di serbare la memoria d’un uomo per mezzo della sua effigie, e ciò a chiunque era conceduto. Poteano eziandio i genitori esporre ne' tempj le statue de’ proprj figli, siccome sappiamo aver fatto la madre del famoso Agatocle, la quale dedicò in un tempio la figura di lui ancor fanciullo47. Era allora in Atene l’onor d’una statua quello che a’ nostri dì è un semplice titolo di nobiltà, o altro distintivo che nulla rende, e che per sola ambizione si cerca. Ma quest’onore, benché infruttuoso, non lasciava d’esser caro agli Ateniesi, i quali tanto valutarono la gloria, ancorché sterile, che per la lode data loro da Pindaro incidentemente in un’Ode, non si contentarono di mostrargliene la riconoscenza con semplici parole, ma una statua gli eressero in una pubblica piazza, innanzi al tempio dì Marte48.

§. 16. Siccome gli antichi Greci s’occuparono principalmente ad estendere e perfezionare le qualità naturali49, così i primi furono a stabilire de’ premj agli esercizj del corpo: e troviamo in prova di ciò fatta menzione d’una statua innalzata in Elide ad un lottatore spartano50, chiamato Eutelide, fin dall’olimpiade xxxviii.: statua, che [p. 251 modifica]probabilmen non sarà stata la prima. Nei giuochi minori, quali si celebravano a Megara, ergevansi, se non istatue, almeno pietre col nome de’ vincitori51. Quindi è che i più grandi uomini fra i Greci esercitarono in simili giuochi la loro gioventù: Crisippo e Cleante furono per essi già noti avanti che ’l fossero per le filosofiche loro cognizioni; e Platone stesso comparve tra i lottatori nei giuochi istmici a Corinto, e nei pitici a Sicione52. Pittagora riportò il premio in Elide, ed istruì Eurimene, che ottenne nel luogo stesso la vittoria53. Furono pur tai giuochi presso i Romani un mezzo per farsi nome, e Papirio, che l’onta da Roma alle Forche Caudine ricevuta vendicar seppe contro i Sanniti, è a noi men noto per la sua vittoria, che pel sopranome di Cursore54, con cui pur Omero avea distinto Achille. Né soltanto ai vittoriosi atleti ergevansi statue che loro fomigliassero; ma formavansi eziandio i simulacri di grandezza naturale de’ cavalli che aveano riportato il premio nelle corse: e quell’onore fra gli altri ottennero i corsieri dell’ateniese Cimone55.

§. 17. Una statua d’un vincitore che ne rappresenti l’effigie56, collocata in un sacro luogo, veduta, e venerata dall’intera nazione, era un potente stimolo non meno per chi scolpir la dovea, che per chi dovea meritarla; e tranne le statue delle divinità57, de’ sacerdoti, e delle sacerdotesse loro58, da collocarsi ne’ tempj, non poteasi dare agli [p. 252 modifica]scultori una più bella occasione per distinguersi. Il riportare la palma ne’ giuochi olimpici era il maggior grado d’onore che ottener si potesse presso quelle nazioni59; anzi era grandissima sorte, poiché l’intera città del vincitore non solo se ne credeva onorata, ma immaginavasi che ciò le apportasse prosperità: e quindi lui manteneva a pubbliche spese per tutto il resto di sua vita, di glorioso tumulo dopo morte onoravalo60, e premiava il padre eziandio ne’ figli. La città d’Egio in Achaja avea fatta costruire ad un famoso lottatore una gran sala, o piuttosto un lungo corridore, ov’egli esercitar si potesse alla lotta61; e ad Eutimo di Locri in Italia, il quale era sempre stato vincitore in Elide fuorché una volta sola, per avviso dell’Oracolo, e mentre vivea e dopo morte, furono offerti de’ sagrifizj62. E’ quindi naturale che si cercasse a gara di erger loro le più belle statue, le quali non solo nel luogo ove celebravansi i giuochi o in que’ contorni63, ma anche nella patria stessa del coronato atleta collocarsi soleano64; perocché in di lei onore principalmente ridondava il trionfo65. Ad alcuni vincitori olimpici de’ primi tempi, quando l’arte non ancor fioriva, furono, per serbarne la memoria, erette statue lungo tempo dopo la morte loro, come, a cagion d’esempio, ad un certo Oibota, che riportò la corona nell’olimpiade vi., innalzata fu la statua nell’olimpiade lxxx.66. Alcuni faceansi scolpire la statua prima di riportare la vittoria67, certi credendosi cosi d’ottenerla. [p. 253 modifica]Poteano eziandio i degni cittadini aspirare all’onor d’una statua, e diffatti Dionisio fa menzione di quelle di più cittadini di Cuma in Italia che Aristodemo, tiranno di quella città, ed amico di Tarquinio il superbo, nella lxii. olimpiade levar fece dal tempio, e in un abbietto luogo gettare68.

§. 18. Sembrami qui opportuno di far menzione d’una bella, ma mutilata statua ignuda d’un fromboliere, come si riconosce alla fionda contenente il sasso, che sulla coscia destra gli pende. Non è facil cosa l’indovinare per qual motivo ad una tal persona fra stata eretta una statua: i poeti non danno mai la fionda agli eroi; e rarissimi erano i tiratori di fionda69 tra i greci guerrieri, anzi que’ pochi andavano disarmati ([testo greco] γύμνιτες), ed erano, come pure i saettatori, i meno considerati nell’esercito. Lo stesso avvenia presso i Romani che, per punire alcuno di grave castigo, passar lo facevano dalle squadre di cavalleria o di fanteria in quella de' frombolieri70. Ma poiché la statua di cui parliamo dee rappresentare non un semplice tirator di fionda, ma una persona ragguardevole degli antichi tempi, potremo per avventura in essa ravvisare l’etolio Pirecma, il quale nel ritorno degli Eraclidi dal Peloponneso sostenne un duello per decidere a chi s’aspettasse il possesso d’Elide, sapendosi da Pausania che il suo principale valore consistea nel tirar di fionda ([testo greco] σφενδόνην δεδιδαγμένος )71.

... l’impiego che faceasi dell’arte... §. 19. L’uso che faceasi dell’arte, impiegata solamente in rappresentare le divinità e gli eroi, cioè le cose più sacre, o almen più utili e più gloriose alla patria, fece sì che mantennesi nella sua grandezza72. Nelle case de’ cittadini [p. 254 modifica]ignoravasi il lusso, e tutto spirava semplicità; e gli artisti altronde sdegnavano di occuparsi in piccolezze o in lavori che servissero all’ornato de’ privati luoghi, o alla pompa e al passatempo di private persone. Milziade, Temistocle, Aristide, e Cimone alloggiati non erano più sontuosamente de’ loro vicini73, e le abitazioni de’ più ricchi e possenti cittadini distingueansi dalle altre soltanto per una corte, detta [testo greco] ἀυλὴ, rinchiusa nella fabbrica, ove il padre di famiglia offerir soleva i sagrifizj74. I sepolcri consideravansi come edificj sacri; onde non è maraviglia che Nitia, celebre pittore, sia stato chiamato a dipingerne uno fuor delle mura di Tritia città dell’Acaja75. Aggiungasi che fortissima emulazione dovè nascere fra gli artisti allor quando le città studiavansì d’avere le statue più eccellenti, che quelle de’ vicini superassero76; e tutto un popolo imponeasi, a così dire, una tassa per avere una ben lavorata statua d’un dio77 o d’un vincitore ne’ pubblici giuochi78. Alcune città pur [p. 255 modifica]v’ebbero, anche ne’ primi tempi, non per altro celebri e conosciute che per una bella statua. Tale fu Alifera per una bella Pallade di bronzo, opera di Ecatodoro e di Sostrato79.

... e la stima che aveasi degli artisti. §. 20. Se in tanto pregio tenute erano le statue, ognuno ben sente quanta stima far si dovea degli scultori. Pregiavansi ne’ tempi antichi gli uomini più savj, ed erano i più conosciuti in ciascun paese, come il sono fra noi li più ricchi possidenti. Cosi fu il più stimato a’ suoi giorni Scipione il giovane, che accompagnò in Roma la dea Cibele80. A tale stima aveano diritto anche gli artisti che, al dir di Socrate81, sono i soli veramente savj, poiché lo sono e nol compajono: e forse di tal verità era intimamente persuaso Esopo, che perciò solea frequentemente usare cogli scultori e cogli architetti82. Ne’ tempi posteriori il pittor Diognete fu uno di quei che insegnarono la saggezza a Marco Aurelio, ed ebbe questi a confessare, che da lui appreso avea a discernere il vero dal falso, e a non adottare cose frivole e di poco momento per importanti. Un artista potea divenir legislatore, poiché tutt’i legislatori non furon che semplici cittadini, siccome osserva Aristotele83: potea divenire condottiere d’eserciti, siccome Lamaco, uno de' più poveri cittadini d’Atene84, e vedere la propria statua presso quella de’ Milziadi e de’ Temistocli, anzi degli dei medesimi85. Così Senofilo e Stratone collocarono le [p. 256 modifica]proprie figure sedenti presso le statue di Esculapio e d’Igea, che sculte aveano in Argo86. Effigiato in marmo stava Chirisofo87 presso l’Apollo da lui lavorato in Tegea; Alcamene fu collocato in basso-rilievo in cima al tempio d’Eleusi88; e Parrasio e Silanione erano venerati nelle pitture, ch’essi aveano fatte di Teseo89.

§. 21. Altri artisti incisero il proprio nome sulle loro opere, e vedeasi quel di Fidia a’ piedi del Giove olimpico90; come su diverse statue dei vincitori in Elide era inciso il nome di chi aveale scolpite91: nella quadriga di bronzo, che Dinomene avea fatta formare in onore di Jerone suo padre re di Siracusa, leggeasi in due versi che Onata era stato di quell’opera l’artefice92. Quell’uso però non era sì generale, che conchiuder quindi si possa che le statue tutte comunque pregevoli, ove lor manchi il nome dello scultore, debbano riputarsi lavoro de’ secoli posteriori93. Siffatti sbagli non possono perdonarsi se non a coloro, i quali non hanno veduto Roma che in sogno, o pretendono, siccome generalmente avviene, d’averla tutta esaminata in un mese.

§. 22. La gloria e ’l ben essere dell’artista non dipendeano già dal capriccio d’un’orgogliosa ignoranza, né dal cattivo gusto e dall’occhio mal formato d’un grande, creato giudice dall’adulazione, o dalla vile schiavitù; ma i più faggi della nazione giudicavano e premiavano gli artisti e le opere loro al cospetto di tutta la Grecia adunata94. A [p. 257 modifica] Delfo e a Corinto v’avean pubbliche gare di pittura, alle quali destinati erano i giudici stabiliti al tempo di Fidia95. I primi a concorrervi furono Paneo, fratello, o come altri vogliono, figlio d’una forella di Fidia96, e Timagora di Calci, il quale riportò il premio. A tai giudici si presentò Aezione colle sue nozze di Alessandro e Rossane; e ’l presidente di quel tribunale, il quale pronunziò la sentenza, per onorarlo gli diede la sua propria figlia in isposa97. Ed è qui da osservarsi che que’ giudici non si lasciavano già acciecare dalla celebrità del nome, a segno di posporre a questa il vero merito e l’equità; imperocché a Samo, nel concorso del quadro che rappresentava il giudizio sulle armi d’Achille, Parrasio fu posposto a Timante.

§. 23. Non erano que’ giudici semplici amatori, ma conoscitori intelligenti, poiché ne’ bei tempi della Grecia la gioventù veniva istruita al tempo stesso nella filosofia e nelle arti. Platone imparava il disegno insieme alle più sublimi scienze98, e ciò faceasi, siccome osserva Aristotele99, affinché la gioventù si rendesse capace così di ben conoscere e ben giudicare il bello ([testo greco] ὅτι ποιεὶ θεωρητικον τοῦ περὶ τὰ σώματα κάλλους).

§. 24. Gli artisti per tanto lavoravano per immortalarsi, e tali ricevevano ricompense alle opere loro, che mettevansi in istato d’essere nell’esercizio dell’arte superiori ad ogni mira di guadagno, siccome sappiamo di Polignoto, il quale dipinse senza alcuna mercede il Pecile d’Atene100: e sembra che lo stesso abbia fatto riguardo ad un pubblico edifizio di Delfo, ove rappresentata avea la presa di Troja101; [p. 258 modifica]per la qual opera gli Amfizioni accordarono a quel generoso artista il privilegio di pubblica ospitalità per tutta la Grecia102.

§. 25. Tutto ciò che era eccellente nel suo genere veniva singolarmente apprezzato, e un perfetto artefice, anche ne’ lavori di poca importanza, poteva aspirar all’immortalità del proprio nome: immortalità che i Greci solevano nelle preghiere loro implorare dagli dei103. Sono pervenuti fino a noi i nomi dell’architetto, che avea disegnato e diretto l’acquidotto dell’isola di Samo104, del legnajuolo che avea colà costruita la più grossa nave, di Architele famoso scarpellino che si distinse nel tagliar le colonne105, e dei due tessitori, ovvero ricamatori, che lavorarono il manto [p. 259 modifica]di Pallade Polia in Atene106, di certo Perone celebrato da molti chiari scrittori, perchè sapeva fare unguenti di soave odore107. Platone stesso ha nelle opere sue immortalati i nomi di Tearione abile fornajo, e di Sarambo famoso albergatore108. Pare eziandio che a questo fine i Greci abbiano a molti lavori, che aveano qualche particolarità, dato il nome degli artefici loro: nome che a quelli è poscia rimasto. Così certi vasi, simili nella forma a quei che di terra cotta facea Tericle ai tempi di Pericle, hanno ritenuto il nome di quel vasajo109110. Nell’isola di Nasso fu eretta una statua a certo Biza111, il quale avea il primo pensato a formare col marmo pentelico le tegole onde coprirne gli edifizj. Gli artisti eccellenti ottennero eziandio l’aggiunto di divino; e così vien chiamato da Virgilio Alcimedonte112. Era tal aggiunto la più sublime lode che dar sapessero gli Spartani113.

La scultura si perfezionò prima dell’architettura... §. 26. La scultura e la pittura arrivarono presso i Greci ad un certo grado di perfezione prima che l’architettura114. Ciò avvenne perchè quella ha più d’ideale che quelle, non [p. 260 modifica]avendo nella natura un determinato oggetto da imitare; e altronde per servire al bisogno basta attenersi alle regole generali, e alle leggi della proporzione. Quelle e cominciarono dalla semplice imitazione, e tutte trovar poterono le regole loro nella contemplazione dell’uomo; laddove le leggi dell’architettura fono il risultato di lunghe ricerche e di molti ragionamenti; anzi della giustezza loro per lo più non siamo certi se non perchè veggiamo che ottengono la generale approvazione.

...e della pittura. §. 27. La scultura ha eziandio preceduta la pittura, e qual sorella primogenita l’ha, per così dire, condotta nel mondo: né ciò fu sì torto, che anzi, se crediamo a Plinio, ignota era la pittura prima della guerra di Troja. Già ammiravansi il Giove di Fidia, e la Giunone di Policleto, le due più perfette statue che conoscessero gli antichi, avanti che si vedesse intelligenza di chiaroscuro sulle greche tele. Apollodoro115, e meglio ancora Seusi suo discepolo, i quali fiorirono nell’olimpiade xc., i primi furono che in ciò si distinsero116: avanti di loro la pittura altro non era che una rappresentazione come di varie statue situate una presso all'altra, le quali, tranne l’azione in cui erano porte, una riguardo all’altra, rappresentavano oggetti isolati che non faceano un tutto, quali appunto fono le pitture de’ vasi etruschi117. La venerazione delle statue altresì deve pur considerarsi [p. 261 modifica]come una delle principali cagioni de’ progressi dell’arte; poichè non solo riputavansi come cadute dal cielo le più antiche immagini degli dei, delle quali ignoravasi l’autore, ma credeasi pure che piene fossero della divinità rappresentata le statue de’ più celebri scultori118.

§. 28. Perchè più tardi progressi abbia fatti la pittura, ciò deve ripetersi e dall’arte stessa e dall’uso che se ne facea. La statuaria quanto giovò ad estendere la religione, altrettanto vantaggio dalla religion medesima ritrasse. Questo vantaggio non ebbe la pittura. Le dipinte tavole offerivansi bensì ai numi, e serviano all’ornato de’ tempj, che poteano talora, come quello di Giunone a Samo119, e quel della Pace in Roma, considerarsi quali gallerie di pitture; ma non vedesi che queste presso i Greci sieno state mai un oggetto di religiosa venerazione, a cui si dirigessero le suppliche: almeno fra le molte tavole rammentate da Plinio e da Pausania non ve n’ha nessuna a cui tal onore sia stato renduto; quando però non si voglia intendere d’un quadro così venerato un passo di Filone riportato a piè di pagina120, Pausania rammenta semplicemente una pittura di Pallade nel [p. 262 modifica]suo tempio a Tegea, che serviva colà di lettisternio121122.

§. 29. Avvenne della pittura riguardo alla scultura, come dell’eloquenza riguardo alla poesia. Siccome era questa tenuta per più sacra di quella, adoperandosi ne’ religiosi misterj, ed era altresì più ampiamente ricompensata, più presto eziandio giunfe alla perfezione; ond’ebbe Cicerone ragion di dire che v’erano stati migliori poeti, che oratori123. Tale a un di presso fu la forte della scultura, per cui prima della pittura perfezionossi.

§. 30. V'ebbe altresì de’ gran pittori, che furono a un tempo stesso scultori. Tali furono Micone pittore ateniese che avea scolpita la statua di Callia124, il celebre pittore Eufranore contemporaneo di Prassitele125, Seusi i cui lavori in terra cotta vedeansi in Ambracia, e Protogene il quale lavorò pure in bronzo; opera d’Apelle era la statua di Cinisca figliuola d’Archidamo re di Sparta126. Così alcuni celebri scultori furono al tempo stesso architetti, come Policleto che avea fatto costruire ad Epidauro un teatro dedicato ad Esculapio entro il ricinto del suo tempio127.

§. 31. Tali vantaggi ebbe l’arte presso i Greci sopra le altre nazioni; e presto maturar ne poterono i frutti preziosi, ove sì favorevole aveano la terra e ’l cielo.

Note

  1. Ap. Clem. Alex. Strom. lib. 1. num. 15. pag. 355. lin. 2. oper. Tom. I.
  2. Herod. lib. 3. cap. 106. pag. 250. Plato in Tim. oper. Tom. 2 iiI. pag. 24. C.
  3. Med. vers. 829., & 839.
  4. Scholiast. Apoll. lib. 1. vers. 1024.
  5. lib. 5. pag. 431. princ. [ Per riguardo ai loro meriti, e prodezze, come dice Polibio, non per la bellezza, o statura vantaggiosa.
  6. Paus. lib. 7. cap. 24. pag. 585. princ.
  7. Id. lib. 9. cap. 10. pag. 730. lin. 33.
  8. Id. ibid. cap. 22. pag. 752. lin. 28.
  9. Herod. lib. 5. cap. 47. pag. 394.
  10. De legib. lib. 1. op. Tom. iI. p. 631. C., lib. 2. pag. 661. princ.
  11. Eust. ad Il. τ. v. 282. pag. 1185. l. 16., Palmer. Exerc. in opt. fere auct. græc., ad Diog. Laert. p. 448. [Ateneo l. 13. c. 9. p. 609. E., e dice che continuava ancora a’ tuoi giorni.
  12. Lutat. ad Stat. Theb. l. 8. v. 198., Barth. de Tib. l. 3. c. 1. p. 192. [ Parla di bacciamani.
  13. Theocr. Idil. 12. vers. 29 - 34.
  14. Musæus de Her. & Leand. amor. v. 75.
  15. Athen. lib. 13. c. 9. p. 610. A.
  16. Id. loc. cit. pag. 609. E.
  17. Detta [testo greco] τὰ καλλιτεῖα.
  18. E fra il virile si teneva in Elide. Ateneo loc. cit.
  19. Cyneg. lib. 1. vers. 357.
  20. La meretrice Frine per la sua bellezza fu assoluta in Atene dalla pena di morte. Ateneo lib. 13. cap. 6. pag. 590. E.
  21. Paus. lib. 6. cap. 3. pag. 457. [ Pausania in questo luogo parla di molti fanciulli vincitori nei giuochi, ai quali furono erette delle statue; ma di uno solo rileva che era bellissimo.
  22. Diog. Laert. lib. 5. segm. 85. in ejus vita, Tom. I. pag. 307., Ath. Deipnos. lib. 13. cap.7. pag. 593. E. [ Ateneo dice, che cosi si chiamava una meretrice amata da Demetrio Falereo, prima che questi la chiamasse Lampeto. Casaubono al luogo citato di Laerzio, e in margine di Ateneo per accordare questi due scrittori, ha corretto l’ultimo, facendogli dire, che Demetrio chiamò sé stesso [testo greco] χαριτοβλέφαρος. Ma con ciò neppur toglie tutta la contradizione, mentre Laerzio scrive che fu chiamato cosi dalla meretrice; e il senso non corre perfettamente in Ateneo. Sosterrei dunque più volentieri questo scrittore; e crederei che avesse equivocato l’altro nella scrivere.
  23. Orat. 21. pag. 696.
  24. Thucyd. lib. 2. cap. 38. pag. 120.
  25. Presso gli Arcadi, che per la qualità del clima più freddo, ed aspro erano i più feroci tra i Greci, i giuochi, e la musica si usavano più che altrove per acquistare questa dolcezza d’indole, che loro mancava naturalmente, Polibio lib. 4. pag. 289. segg. Coi pubblici giuochi si era avuto anche in mira di conciliare l’unione, e la concordia fra le diverse nazioni della Grecia, Strabone lib. 9. pag. 642. A.; e promuovere gli esercizj del corpo per aver buoni guerrieri in un clima, che generalmente poteva rendere 1 corpi molli ed effeminati. Vegg. Goguet Della Orig. delle leggi, ec. Par. iiI. Tom. iii. art. ult.
  26. Plat. Polit. oper. Tom. iI. pag. 315. D.
  27. Luc. Demon. §. 57. op. Tom. iI. p. 393.
  28. Philostr. Vit. Apoll. lib. 4. c. 22. T. I. pag. 160. [ Riferisce Luciano loc. cit., che erano gli Ateniesi, i quali volevano introdurre presso di loro questo genere di spettacoli ad imitazione del popolo di Corinto; e che il filosofo Demonace fu quello, che loro si oppose con quel sentenzioso detto: Atheniensibus æmulatione quadam Corinthiorum de gladiatorum constituendo spectaculo deliberantibus progressus inter illos; Ne prius, inquit, o Athenienses, de his in suffragium ite, quam Misericordiæ aram sustuleritis. Ciò non ostante furono introdotti questi spettacoli in Atene; ma non molto dopo furono tolti a persuasione di Apollonio Tianeo, come racconta Filostrato loc. cit., senza punto parlare dei Romani. Hoc quoque Athenis emendatum fuit. Confluentes in theatrum, quod in arce est, Athenienses hominum intenti cædibus erant. Da ciò si capisce, che gli Ateniesi gustavano di questo ferale spettacolo; ma insieme abbiamo una prova della loro indole docile, e umana nel lasciarsi persuadere da un sol uomo, che affettava di comparir filosofo, a rigettarli interamente.
  29. Polyb. lib. 10. p. 589. princ. [ Dice veramente Polibio, che cosi fu fatto in questa occasione, e che soleva farsi [testo greco] πελλάκις spesso nella presa di città; ma non fempre, né per legge alcuna.
  30. Thucyd. lib. 3. cap. 36. pag. 136., c. 47. pag. 197. [ Dice che fu molto dibattuto se si doveva rivocare. Per poco superò il partito favorevole; e ciò fu perchè si capì, che Mitilene non era tanto rea quanto si era creduta, e per altre ragioni d'interessi politici, non per un puro sentimento di umanità. Ma poi tale esempio non potrebbe fare una regola. Quanti non se ne trovano in contrario? Quanti esempj di crudeltà, e di barbarie non ci racconta Omero ? Se ne veggano molti rilevati dal signor Goguet Della Orig. delle leggi, delle arti, ec. Par. iiI. Tom. iI. lib. V. in fine. A lungo osserva questo dotto scrittore nella Part. iiI. Tom. iiI. lib. VI. capo iiI. art. I. quanto fossero spietati, e crudeli gli Spartani; e se nel capo seguente egli è tutto impegnato a far vedere quanto fosse dolce, umano, e benefico il carattere, e l'indole degli Ateniesi; prova a un tempo, che in tante occasioni essi si sono dimenticati di questi principi d'umanità, abbandonandosi agli eccessi più crudeli, e più violenti, che la colera, il trasporto, e il furore possano ispirare.
  31. Polib. lib. 13. pag. 672. [Polibio dopo aver data questa lode agli antichi Achei, la dà pure ai Romani, dicendo essere stato costume degli antichi, non dimenticato in tutto a’ suoi giorni, d’intimare la guerra solennemente, di non tendere insidie, e di battersi da vicino cogl’inimici. All’opposto degli Achei moderni rileva che era presso di essi biasimato quel Generale che non avesse saputo occultare perfettamente i suoi disegni. Hunc, si quis imperator suum consilium bellicum minus occuluerit, vitio id illi vertunt (Achæi). Adhuc apud Romanos veterum institutorum rei militaris leviter impressa vestigia quædam manent. Nam & bella indicunt, & insidiis raro utuntur, & cominus rem gerentes pugnam edunt statariam.
  32. Nell’olimpiade xc. non si vollero ammettere gli Spartani a questi giuochi, perchè non aveano pagata una multa, come doveano, Tucidide lib. 5. cap. 49. pag. 348. Lo stesso storico lib. 8. cap. 9. e 10. p. 512. scrive che nei giuochi istmici si faceva tregua, e alleanza fra i popoli della Grecia, che chiamavano alleanza istmica.
  33. Paus. lib. 4. cap. 19. pag. 326. lin. 11.
  34. Idem loc. cit. cap. 23. pag. 336. princ.
  35. Arist. Polit. lib. 3. cap. 10.
  36. Thucid. lib. 1. cap. 9. pag. 9.
  37. Arist. Ethic. lib. 8. c. 13. p. 145. B., Dionys. Halicarn. Ant. Rom. lib. 5. cap. 72. pag. 322. in fine.
  38. Thucyd. lib. 1. cap. 58. pag. 64.
  39. lib. cap. 69. pag. 406.
  40. Hardion Huit. Dissert. sur l’orig. & les progr. de la Rhét. dans la Grece, Acad. des Inscript. Tom, XV. pag. 161. [La ragione, come osserva Hardion, è perchè egli fu il primo che loro la insegnasse; non già perchè in Grecia molto prima, e contemporaneamente a Gorgia, non fossero stati de’ valenti oratori, e maestri di rettorica.
  41. Xenoph. in Conv. c. 3. §. 5. p. 879. D. [ Ne’ primi tempi, in mancanza di libri, e di altri mezzi, che abbiamo oggidì, le memorie si conservavano, e si mandavano ai posteri per mezzo di canzoni storiche; come ho detto sopra pag. 165. not. a., e veggasi anche de la Nauze Prém. Mém. sur les chans. de l'anc. Grece, Acad. des Inscript. Tom. IX. pag. 320. Pare che qui Winkelmann voglia mettere in quello genere di canzoni anche le opere di Omero, come ve le mettono Wood in una dissertazione Sul genio originale di Omero; e il sig. Merian, che lo loda, e segue nella dissertazione. Comment les sciences infl. sur la poesie, prém. par. sec. Mém. §. 1. pag. 485. Nouveau Mém. de l'Acad. Roy. des scien. & bell. lettr. année 1774. à Berlin. 1775.; ma senza giusti fondamenti. L’arte di scrivere, e di far libri era pur inventata a' tempi di quel gran poeta, e molto prima ancora, ed era in ufo fra i Greci, come dopo tanti autori, che riporta, ha provato l’eruditissimo P. Fabricy Diatribe, in qua bibliogr. antiq. ec. pag. 258. n. 2., e pag. 319. segg. not. Pronapide, che secondo Teodoro Grammatico nelle voce inedite a Dionisio Trace riferito dal Fabricio Bibl. græca Tom. I. l. 1. c. 27. n. 3. è l’autore dello scrivere da sinistra a destra, come si usa oggidì, da Taziano Orat. contra Græc. cap. 41. pag. 275. C. e porto insieme con altri scrittori anteriori ad Omero; anzi per sentimento di Diodoro lib. 3. §. 66. pag. 237. fu di lui maestro. E vogliam credere, che Omero nel tessere opere sì lunghe, piene di tante, e sì minute circostanze volesse trascurare un mezzo sì proprio, e facile, e fidarsi piuttosto della sua, e dell’altrui memoria per tramandarle ai posteri? E questi doveano aspettare tanti secoli ad assicurarne la legittimità collo scritto? Vi fu Cineto di Scio, ed altri rapsodi, ossia certi poetastri arroganti, che le imparavano a mente, e a pezzi le andavano cantando, commentandole, e scontrafacendole a loro capriccio, come narra Eliano Var. Histor. lib. 13. cap. 14., ed altri; ma ciò avveniva, come bene osserva il signor Denina Istoria della Grecia Tom. iI. lib. 7. cap. 14. in fine, perchè i grossi libri, quali potean dirsi riguardo a que’ tempi l’Iliade, e l’Odissea, erano rari; e l’averne tutte le parti unite, e saperle a mente bastar poteva ad acquistar qualche fama. Licurgo, Pisistrato, Ipparco, Solone, ed altri riportati dal lodato Fabricio lib. 2 cap. 2. num. 11. e 12. verso i tempi, de’ quali parla Winkelmann, pensarono a riordinare, e correggere le dette opere dai rapsodi straziate, e guaste; ma questo non prova che fino ad essi fossero state cantate solamente; avendole essi raccolte sui codici, che qua e la se ne conservavano, rincontrandole anche colla tradizione di costoro. Se Nicerato, come scrive Senofonte l. c. le imparò a mente, ciò fu perchè le credeva un fonte inesausto d’ogni scienza; come i fanciulli romani anche al tempo di Cicerone imparavano a mente le leggi delle XII. Tavole, che questo principe degli oratori preferiva arditamente alla sapienza tutta de’ Greci. Vegg. De Leg. lib. 2. cap. 23., e De Orat. lib. I. cap. 44. E poi l’imparare a memoria due opere intiere e ben lunghe un pezzo da quel rapsoda, un pezzo da quell’altro, quanto non doveva edere più faticoso, che il leggerle sui libri? Costava anche grandi somme di denaro, come le costò a Nicerato. Senofonte loc. cit. pag. 881. D.
  42. Polyb. lib. 2. pag. 130. A.
  43. Idem ibid. pag. 152. B.
  44. Ventisette, Polibio l. 10. p. 580. D.
  45. lib. 2. cap. 29. pag. 121.
  46. Tucidide lib. 2. c. 60. pag. 135. lin. 30.
  47. Diod. Sic. lib. 19. §. 2. pag. 319. lin. 11. Tom. iI.
  48. Paus. lib. 1. cap. 8. pag. 20, lin. 23.
  49. Pind. Olymp. 9. v. 152., Eurip. Hippol. vers. 79.
  50. Paus. lib. 6. cap. 15. pag. 490. lin. 13.
  51. Pind. Olymp. 7. v. 157.
  52. Diogene Laerzio lib. 3. segm. 4. p. 166., Apulejo De habit. doctr. Plac. c. 4. op. Tom. iI. pag. 568., Porfirio presso S. Cirillo Contra Julian. lib. VI. pag. 208. D. Il Bruchero Hist. crit. phil. part. iI. lib. iI. cap. VI. sect. I. §. IV. pag. 630. crede, senza darne ragione, che sia stata quella una tradizione popolare priva di fondamento. Sicione sarà qui detta da Winkelmann per inavvertenza; poiché i giuochi pitici si facevano a Delfo, Strabone lib. 9. p. 641. B., Paus. lib. 10. c. 37. p. 893. Né in contrario parlano i detti scrittori di Platone.
  53. Bentley’s Diss. upon the epistles of Phalar. pag. 53.
  54. Liv. lib. 9. cap. 10. num. 16.
  55. Ælian. Var. hist. lib. 9. cap. 32.
  56. Lucian. pro Imag. §. 1. oper. Tom. iI. pag. 490.
  57. Gli abitanti delle isole di Lipari aveano collocate tante statue nel tempio d’Apollo a Delfo, quante navi etrusche aveano prese. Paus. lib. 10. cap. 16. in fine, pag. 386.
  58. Paus. lib. 2. cap. 17. pag. 145. princ. & cap. 35. pag. 196. lin. 35. lib. 7 pag. 589. in fine.
  59. Plat. De leg. l. 2. op. T. iI. p. 657. E., lib 5. pag. 729. E.
  60. Idem ibid.
  61. Paus. lib. 7. cap. 23. pag. 528. lin. 25.
  62. Plin. lib. 7. cap. 47. sect. 45.
  63. Paus. lib. 6. cap. 3. pag. 459.
  64. Plat. Apophth. pag. 180. op. T. iI. A., Paus. lib. 7. cap. 27. pag 595. lin. 34.
  65. Plin. lib. 7. c. 26. sect. 27. Confer. Polyb. Exc. Legat. pag. 787. B. [Gedoyn Recherch. sur les cours des chev. & les cours des chars aux Jeux Olimp.. Acad. des Inscr. Tom. IX. pag. 371.
  66. Paus. lib. 6. cap. 3. pag. 458. princ. [Fu vincitore Oibota nell’olimpiade ottantasei; e gli fu eretta la statua per oracolo d Apollo delfico; ma Pausania non dice quando.
  67. Idem ibid. cap. 8. pag. 471. l. 31. [ Ciò racconta Pausania di Eubota Cireneo, e dice che fosse assicurato della vittoria dall'oracolo di Giove Ammone.
  68. Ant. Rom. lib. 7 cap. 8. p. 408. lin. 23. [ Parla delle statue di più persone collocate in più tempj.
  69. Assai di rado se ne trova fatta menzione, e forse solo presso Tucidide lib. 4. c. 32. p. 259., ed Euripide Phœniss. v. 1149.
  70. Val. Max. lib. 2. cap. 7. n 9. e 15.
  71. lib 5. cap. 4. pag. 382. lin. 10.
  72. Dall'uso delle statue altri vantaggi trassero le antiche repubbliche per rendere i cittadini utili alla patria, e promovervi quella virtù, che a giudizio del sig. Montesquieu L'esprit des Loix lib. 3. cap. 3., ne forma il più sicuro e sodo fondamento d’una repubblica. Le statue innalzate a coloro che aveano renduti alla patria de’ segnalati servigi, e poste ne’ più frequentati luoghi della città, erano per essi come tanti tempj di gloria. Rappresentavasi la persona in guisa che gli atteggiamenti e gli attributi ne indicassero i meriti e sovente pur vi s’aggiungeva una gloriosa iscrizione. Frequentissime furono tali statue, come rileviamo dalla testimonianza degli antichi scrittori presso Francesco Giunio de Pict. vet. l. 1. c. 8.[ e Guasco de l’Usage des stat. sec. par. ch. l. e seqq. ], le quali per publiica autorità vennero erette non solo agli eroi, ma alle virtuose donne eziandio, anzi per sino alle bestie, ove qualche insigne servigio avessero renduto: così gli Ambracioti innalzarono una statua di bronzo a quell’Asino che ragghiando aveali avvertiti de’ notturni agguati dei Molossi, Paus. lib. 10. cap. 18. pag. 840. in fine. Ognun ben sente quanta emulazione destar si dovea da questa usanza sì ne’ cittadini che alla virtù s’eccitavano, che negli artisti, i quali, come dice il signor Winkelmann, dividevano in qualche maniera con essi l’onor del monumento. Le moderne repubbliche, siccome osserva il mentovato autore dello spirito delle leggi, più che alla virtù sembrano aver destinate tali ricompense all’industria nell’estendere il commercio: per tal motivo alla Borsa di Londra si eressero statue a Gersham, a Spencer, e a Craven. Né si vuol qui omettere quell’altro vantaggio, che dall’uso delle pubbliche statue chiunque ricavar porca, d’apprenderne cioè quasi senza fatica la storia di ogni città, e de’ più celebri e distinti cittadini: la storia di Pausania è in gran parte la storia delle statue della Grecia.
  73. Demosth. in Orat. De Republ. ordin. pag. 127. C.
  74. Plat. De Republ. lib. 1. post init. oper. Tom. iI. pag.^28. B.
  75. Paus. lib.7. cap. 22. pag. 580. princ.
  76. Plin. lib. 35. cap. 9. sect. 36.
  77. Dionys. Antiq. Rom. 1. 4. c. 15. p. 211. lin. 30. segg. [ Discorre solamente Dionisio dell'annua contribuzione imposta dal re Servio Tullio agli abitanti delle campagne di Roma per alzare degli altari nei loro distretti, e farvi sacrifizj.
  78. Paus. lib. 6. cap. 6. p. 465. l. 39. c. 14. pag. 487. l. 25., c. 15. p. 489. princ., cap. 18. pag. 497. princ.
  79. Polyb. lib. 4. pag. 340. D. [ Cosi lo fu Tespi a riguardo della famosa statua di Cupido, lavoro di Prassitele. Cicerone in Verr. Act. 2. lib. 4. cap. 2.
  80. Livio lib. 29. cap. 12. num. 14.
  81. Plat. Apoiog. Socrat. op. T. I. p. 22. D. [ Dice soltanto, che avendo consultato gli artisti per vedere se erano più saggi di lui, tali aveali trovati nelle loro arti.
  82. Plut. Conv. VII. sap. oper. Tom. iI. pag. 155. C. [ Per quanto io capisco, Plutarco parla di Esopo in senso morale, scrivendo cioè a nome di un altro filosofo, che egli guardasse il materiale delle case, ossia le opere dei muratori, e degli scarpellini; non il formale, o la gente che le abitava, e il loro costume. Tu vero fabrorum, & lapicidarum opera circumspicis, eaque prò domo habes: non ea, quæ intus quisque sua habet, liberos, conjugem, amicos, familiam: cum quibus probe compositis si quis vel in fovea formicaria, vel in nido aliquo degit, rerumque communitate utitur, domum is bonam, & beatam incolit.
  83. Polit. l. 4. c. 11. p. 503. princ. op. T. iiI.
  84. Thucyd. lib.4. cap. 75. pag. 282.
  85. Non v’era distinzione di persone, e di natali, e ad altro non guardavasi che al merito personale, Platone in Menex. op. T. iI. pag. 238. D.^
  86. Paus. lib. 2. cap. 23. pag. 163. in fine.
  87. Idem lib. 8. cap. 53. pag. 708. lin. 10.
  88. Idem lib. 5. cap. 10. pag. 399. in fine.
  89. Plut. Thes. pag. 2. E. op. Tom. I.
  90. Paus. lib. 5. cap. 10. pag. 397. in fine.
  91. Idem lib. 6. cap. 3. p. 456. in fine. [ Era una sola di Cherea fatta da Asterione figlio di Eschilo.
  92. Idem lib. 8. cap. 42. pag. 688. princ.
  93. Gedoyn Hist. de Phidias, Acad. des Inscript. Tom. IX. Mém. pag. 199. ha creduto distinguersi dagli altri con questa sua opinione [ credendo cioè, che siano opere de’ Greci in Roma sul fine della Repubblica, o principio dell’Impero ]; e eno scrittore inglese assai superficiale (Nixon’s Essay on sleeping cupid. p. 22.), che pur ha veduta Roma, ha buonamente ripetuta la medesima cosa.
  94. Veggasi in Pausania pl. in loc., con quanta prudenza, integrità, e giustizia si procedesse da’ giudici nel coronare i vincitori ne’ giuochi e ne’ combattimenti.
  95. Plin. lib. 35. cap. 9. sect. 35.
  96. Strab. lib. 8. pag. 543. princ.
  97. Lucian. Herod. cap. 5. §. 65. op. Tom. I. pag. 834.
  98. Diog. Laert. Plat. lib. 3. segm. 5. [ Apulejo De hab. doctr. Plat. cap. 4. op. Tom. iI. pag. 568.
  99. Arist. De Rep. lib. 8. c. 3. in fine, oper. Tom. iiI. pag. 604.
  100. Plut. in Cym. op. Tom. I. p. 4S1. A.
  101. Paus. lib. 10. cap. 25. pag. 819.
  102. Plin. lib. 35. cap. 9. sect. 35. [ Intorno al diritto e privilegio dell’ospitalità pubblica presso i Greci, che presso i Romani possono vedersi il Tomasini, Moebio, Schiltero, Verpoorten, Colombo, Bergero; e tra i più recenti, il P. Paciaudi Monum. Pelop. Vol. iI. pag. 132. segg., ed il sig. abate Spalletti Dichiarazione di una tavola ospitale ritrovata in Roma, §. 1. e 2. Consisteva esso nell’aversi a spese pubbliche delle città, ove gli ospiti si portavano, una propria abitazione, ma eziandio trattamento conveniente, e regali. Per essere riconosciuti si dava loro un contrasegno, o marca, che li diceva tessera ospitale. Credo che non sarà discaro agli amanti della erudirà antichità, che io inserisca qui la notizia della più antica di queste tessere, che conservasi nel Museo Borgiano a Velletri, come quella, che per la forma dei caratteri a giudizio del celebre sig. abate Barthelemy, appartiene al quinto o sesto secolo avanti l’era volgare. Questa tessera, che fu non ha molto ritrovata nella Magna Grecia, ed è scolpita in lamina di bronzo, è anche uno dei più vetusti greci monumenti, che siano noti, come sono il Sigeo, l’iscrizione Deliaca, la Nointeliana esistente in Parigi, quelle di Amicla e Sparta pubblicate dal Caylus, Recueil d Antiquités Tom. I. pag. 64., le due iscrizioni del Museo Nani in Venezia, ed altre pochissime. E poi pregevolissima per li lumi, che ne somministra alla paleografia greca con tre nuove forme di lettere dell’alfabeto di quella lingua, che vi si osservano scolpite in questa guisa, , , , e secondo tutte le ragioni corrispondono a Γ, Ξ, Χ. Ma un monumento cosi vetusto e singolare non è oggetto di una breve nota, esigendo piena illustrazione, che non dubitiamo verrà presto alla luce. È scritta in dialetto dorico, e ne recaremo la versione latina come è stata fatta dal lodato Barthekmy, secondo l'ordine de' versi

    DEA FORTVNA SERVATRIX
    DAT SICAENIAE DOMVM
    ET RELIQVA OMNIA.
    (cum esset) DEMIVRGVS, PARAGORAS.
    (cum essent) PROXENI, MINCON,
    HARMOXIDAMVS, AGATHAR-
    CHVS, ONATAS, EPICVR-
    VS.

  103. Posidon. ap. Stob. Serm. 117. pag. 599. in fine.
  104. Herod. lib. 3. cap. 60. pag. 226.
  105. Theodor. Prodrom. ep. 2. pag. 22.
  106. Athen. Deipnos. lib. 2. cap. 9. p. 48. B. [ Acesa ed Elicone, amendue di Cipro.
  107. Idem lib. 15. cap. 12. pag. 690. princ.
  108. in Gorg. oper. Tom. I. pag. 518. B.
  109. Athen. Deipnos. lib. 11. c. 6. p. 470. E., p. 472. C, cap. 10. P. 486. F.
  110. Oltre i vasi di terra sortirono il nome di tericlee eziandio le tazze formate da Tericle, Pollux lib. 6. c. 16. segm. 96., Hesych., Suid. &c., il quale ne faceva in varie materie, in vetro, in oro, ed anche in terebinto, Plin. lib. 16. c. 40. sect. 76. §. 3. V. Salm. Plin. exerc. in Solin. cap. 62. Tom. iI. p. 735. col. 1. [ Salmasio scrive, che Tericle essendo semplice vafajo, non fece tazze d’altra materia, che di terra; le quali poi fossero per la loro eccellenza imitate da altri artisti in argento, e in legno, e per questa somiglianza fossero anche dette tericlee, come dice bene Winkelmann ]. Que’ vasi, che da’ Greci chiamavansi cantari, ebbero il nome del vasajo Cantaro, che ne fu l’inventore, Athen. lib. 11. cap. 6. pag. 473. D., & Poll. ib. p. 190. Cosi da Conone altro vasajo acquistò la denominazione di cononia una specie di fiale o tazze, Athen. lib. 11. cap. 11. pag. 488. C, come da Licione fu detta liciurgia un’altra specie di que’ vasi, Id. ib. Dal fabbro Arcaico furono denominati arcaici que’ letti triclinarj, che poco da terra s’alzavano, Horat. l. 1. ep. 5. v. 1. Chi brama una più copiosa notizia de’ valenti meccanici dell'antichità, consulti l’opera de Pictura veterum di Francesco Giunio, ove colla scorta degli antichi scrittori molti ne cita che in professioni diverse sonosi distinti, come un Leonzio legnaiuolo, un Policrate ferraio, un Pistia fabbricator di loriche, e più altri.
  111. Paus. lib. 5. cap. 10. pag. 398. lin. 10.
  112. Eclog. 3. vers. 29.
  113. Plato in Menone, in fine, op. Tom. iI. pag. 99. E.
  114. Si veda Goguet Par. iI. libro iI. sez. iI. capo iiI. e V. per riguardo all’arte della scultura, e dell’architettura nei primi tempi. Per li tempi di mezzo, 600. anni circa avanti l’era cristiana, offerva nella Par. iiI. tihro iI. capo iiI. che contemporaneamente cominciarono a fiorire amendue. E però da osservarsi col medesimo, che prima fiorirono tra i Greci dell’Asia minore.
  115. Apollodoro fu chiamato il pittor delle ombre ([testo greco]) σκιογράφος V. Esych. [testo greco]) σκιαγραφίαν: nome, di cui è chiara la ragione; onde si dee correggere Esichio, che ha preso [testo greco] σκιογράφος per [testo greco] σκηνογράφος, pittor di tende.
  116. Quint. Inst. Orac. lib. 12. c. 10. [ Plinio lib. 35. c. 9. sest. 36., ove dice, che Apollodoro fiorì nell’olimpiade xciv., e Zeusi nell’anno iv. dell’olimpiade xcv.: del che non parla Quintiliano. Di Apollodoro che sia stato il primo a usar varj colori, e chiaroscuro, lo attesta anche Plutarco Bellone, an pace Athen. clar. fuerint, op. Tom. iI. pag. 346. Vedi appresso lib. IX. capo iiI. §.17.
  117. Non è per anco deciso se l'origine della statuaria abbia preceduto l’origine della pittura. Che quella fosse presso i Greci per lo meno tanto antica quanto la scultura, e siavi egualmente stata portata al più alto grado di perfezione, lo ricavano alcuni moderni, fra i quali il signor Webb, dal non potersi comprendere come fossero sì abili disegnatori di statue, di bassi-rilievi, d’incisioni in gemme ec. senz’averne un’eguale, e fors’anche una maggior abilità per la pittura: arte più facile, più dilettevole, e di uso più frequente. V'ha eziandio degli antichi scrittori, che affermano esser nate a un tempo stesso amendue quelle arti. Cosi credettero Aristotele, ap. Plin. lib. 7. cap. 56. sect. 57. pag. 417. l. 10. Tom. I., e Plinio, il quale lib. 35. cap. 8. sect. 34. non solo fa menzione d’un quadro di Bularco pittor greco, coetaneo di Romolo, comperato a peso d’oro, ma anche prima di lui altri pittori rammenta; anzi pretende, ib. cap. 3. sect. 6., che prima de’ Greci già fosser valenti nell’arte di dipingere gl’Italiani, e ne reca in prova alcune antiche pitture ancor sussistenti a’ giorni suoi in Ardea, in Lanuvio, in Cere. Il pittore del tempio di Giunone in Ardea fu M. Ludio Elota, come indicavano alcuni versi in vetusti caratteri latini dallo stesso Plinio riportati, intorno ai quali meritano d’essere consultate le giudiziose osservazioni del ch. Tiraboschi Stor. della lett. ital.. Tom. I. §. 12. [ Per poter conchiudere qualche cosa da questi esempj, si doveva provare che prima non sia stata in uso la scultura; il che non si proverà mai, essendo indubitato, che molto prima gli Egiziani, i Greci, e probabilmente anche gli Etruschi, sapevano scolpire in marmo, e in altre materie, come risulta da ciò, che ha detto il nostro Autore nel libro I. capo I. iI., e libro iI., e Goguet Della orig. delle leggi ec. Par. iI. libro iI. capo V. art. P. segg. L’argomento del sig. Webb confonde la pittura col disegno; e dall’aver saputo questo i più antichi artisti, non si può inferire, dice Goguet loc. cit. in fine, che sapessero anche dipingere, essendovi una differenza essenziale tra l'una e l’altra operazione; e non potrà neppur accordarsi che il dipingere sia una cosa più facile dello scolpire, né che sia stato più usitato ne' primi tempi.
  118. Jo. Philopon. Contra Jamblic. ap. Phot. cod. CCXV. p. 554. [ Lo dice di qualunque.
  119. Strab. lib. 14. pag. 944. B.
  120. Philo De Virtut. & legat. ad Cajum., oper. pag. 1013. D. [testo greco] Μηδέν εν προσευχαῖς ὑπὲρ ἀυτοῦ (καίσαρος, μὴ ἅγαλμα. μὴ ξόανον. μὴ γραφὴν ἰδδρυσάμενος. [ In proseuchis nulla ejus (Augusti) posita statua, vel effigie. Così lo spiega anche il P. Ansaldi De sacro, & pubblico apud Ethnicos pictarum Tabularum cultu, cap. X. pag. 193. In tutta quest’opera prova il detto Autore, che le pitture furono oggetto di culto religioso presso i Greci, come presso i Romani; e nel capo 12. confuta Winkelmann per questo luogo.
  121. lib. 8. cap. 47. pag. 695. l. 26. [Sopra il lettisternio era dipinta l’effigie di Minerva.
  122. A qual uso servissero i letti o lettisternj ne’ tempj de’ gentili lo leggiamo in Servio in Georg. 3. vers. 533., ove scrive: Lectulus, in quo deorum statua reclinabatur. [ Dice: Lectuli, qui sterni in templis supervenientibus plerisque consuerunt.] V. Stubel., & Donat. ad Svet. Cæs. [ Casaubono ivi, pag. 39. E. ] Vi si collocavano i simulacri degli dei nell’occasione di qualche straordinario sacrifizio che si avesse ad offerir loro, e specialmente per placarne lo sdegno nelle pubbliche calamità. Nell’anno 556. di Roma in simile circostanza furono ivi per la prima volta esposte su i lettisternj le statue di Apollo, Latona, Diana, Ercole, Mercurio, e Nettuno, e vi stettero esposte per otto giorni continui. T. Liv. l. 5. cap. 8. num. 13.
  123. De Orat. lib. 1. cap. 3.
  124. Paus. lib. 6. cap. 6. princ. pag. 465., cap. 12. pag. 480. l. 19. [In quest'ultimo luogo discorre Pausania d’un altro Micone Siracusano statuario solamente.
  125. Plinio lib. 34. cap. 8. sect. 19. princ., lib. 35. cap. 11. sect. 40. num. 25.
  126. Paus. lib. 6. cap. 1. pag. 453. lin. 31.
  127. Idem lib. 2. cap. 27. pag. 174. lin. 10.